Di fine, di inizio

Ci sono frasi che ti cambiano la vita.

“Comici domani”, “Non ti possiamo assumere”, “Ti amo”, “Devi cambiare casa”.  “Con i poteri conferitimi dalla legge la proclamo dottoressa in Economia e Scienze Sociali”. “We very much enjoyed speaking to you and think that you would be a great match for our  team”.

“Con i più vivi complimenti Le comunico che è stato/a ammesso/a a partecipare al dodicesimo Corso biennale 2014-2016 in Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia”. 

Quando entro in una nuova fase vivo in un mix di entusiasmo e paura, che mi fa saltellare in tondo e mi paralizza le gambe. Tutto insieme. Da bambina piangevo sempre per la fine delle cose. Ho pianto all’asilo, alle elementari, in terza media, anche se odiavo tutto. Ho pianto passando dai Lupetti al Reparto, dal Reparto al clan, all’ultima route, durante  i passaggi del primo branco in cui facevo servizio.

Piangevo alla fine dei saggi di danza, alla fine delle vacanze, alla fine dei libri che mi piacevano tanto. Forse ho pianto anche al liceo, non lo ricordo bene. Poi, vorticosamente, ho iniziato a cambiare posti, amici, affetti, stanze, mobili, cose che mi piacevano. Mia madre mi chiedeva “quanto hai pianto dopo la laurea” e non avevo pianto per niente. Mi stavo abituando all’idea che alla fine di ogni fase ne inizia un’altra che può essere più bella. Che la fine è una chiusa doverosa, vuol dire che è ora di impegnarsi in qualcosa di nuovo.

Penso che questo significhi crescere. 

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2016

Il 2016 è iniziato da sei giorni, ma prima che mi abitui all’idea, sarà già arrivato il 2017.

A volte devo fare i calcoli per ricordarmi quanti anni ho compiuto a giugno, e quanti ne compirò a giugno del 2016 (26, saranno 26, e ancora non so come è successo).

Quest’anno, per la prima volta, sono perfettamente felice di come sia andato lo scorso anno. Ho trascorso delle vacanze di Natale bellissime, oserei dire perfette, anche se non erano come le solite vacanze di Natale e all’inizio avevo un po’ paura di essere spaesata.

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On se dit qu’à 20 ans on est le roi du monde

Volevamo andare al cinema, una sera, per vedere un film francese – Piccole bugie tra amici. Lo davano a Bolzano,  al Capitol, sala 2. Ore 20:15.

So dirlo con precisione perché ce l’ho, quel biglietto, attaccato in camera, su una bacheca. Il film al Capitol – sala 2 – quella sera non c’era e ce ne era un’altro – in sala 2 – ambientato in Russia. Sulla cultura Merja. Silent Souls, due persone in macchina, che attraversano la Russia, per seppellire una persona, secondo la tradizione, “facendo il fumo”, parlando di quella persona, dei ricordi , perché non muoia mai, perché sopravviva –  l’amore.

Con loro – in macchina – c’erano due uccellini in gabbia.

Alla fine del film eravamo contente, quasi più contente, di aver visto quello, non il film che avevamo scelto all’inizio.

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Harry Potter e la scuola di giornalismo

Questa mattina sono andata a vedere un allenamento di quidditch al parco. Una storia stramba, ma ben più normale di tante altre storie che ho incrociato ultimamente. Però insomma, ecco, sono due ore che guardo robe su Harry Potter riflettendo su quanto, da un anno a questa parte,  frequento una scuola che ricorda Hogwarts.

Non solo perché al mattino un autobus mi preleva su una strada soleggiata e mi porta in una valle immersa nella nebbia. Credo sia proprio quella sensazione di aver ricevuto una lettera di ammissione per un posto che sembra non esistere su Google Maps, infognato in un luogo dimenticato dal mondo.

Le nostre giornate tipo scorrono tutte uguali e tutte diverse, riproducendo situazioni tanto care al mondo della Rowling. Così ogni mattina arriviamo impettiti come Hermione Granger, e ogni sera usciamo come zombie sotto la maledizione imperius; o come gente che ha subito un bacio del dissennatore. Scegliete l’immagine che vi piace di più.

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Don’t throw the baby out with the bathwater

Quanto è triste che non fanno più Blu Notte su una scala da uno a me che penso che non ricordo niente di interi anni della mia vita?

Qualche settimana fa, al cinema, ho visto “Inside out” e ora non riesco a darmi pace perché temo di aver rimosso amici reali e immaginari, spingendoli nel mare magnum del dimenticatoio insieme alle nozioni di diritto dell’Unione Europea.

All’università ho studiato diritto dell’Unione Europea con un professore bravo che non sapeva l’inglese. Ci diceva don’t throw the baby out with the bathwater e i tedeschi lo prendevano in giro – e lo prendevamo in giro anche noi. Invece poi ho scoperto che quest’espressione esiste davvero, ha una pagina di Wikipedia e non è un proverbio siciliano. Viene dal tedesco.

Il fatto che dicesse “don’t throw out the baby with the hot water” , in fondo, è un dettaglio marginale, e io non voglio fare polemica.

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Wir waren, wir sind, wir werden sein

“Ti piacciono questi righelli?”

Lineale. Mi faceva ridere, non so perché, che si chiamassero Lineale. Ignoravo che un giorno sarei venuta a Perugia e lei, una sera, mi regalò un righello.

Io le ho lasciato -tantissime cose- e anche un libro,”L’eleganza del riccio”. Quattro euro e ottanta, usato, da Oxfam. Lo avevo preso un giorno che pioveva, quando andavo a camminare a Berlino e riempivo gli spazi riempiendo chilometri.

L’ho letto che avrei voluto sparire. Mi aveva fatto sparire portandomi lontana- mentre ero sdraiata su un lago. E pioveva. E non mi muovevo perché in fondo era bello, le gocce, la pelle bagnata.

Ho fatto una cosa stupenda. L’ho fatta per te, perché siamo stupendi. Perché insieme cambiamo le cose.

Chilometri, Europa, estate, città. Mare, montagna. Felicità.

Poco fa ho sistemato una cosa e ho trovato un righello con l’orso polare. L’ho usato per fare una cosa che adesso è per te, che adesso è per noi; è il passato- il presente- il futuro.

È che tutto cambia, ma io ora ho un appiglio.

(E torno. Rompo il ghiaccio e torno.)

Wilma, la prova costume! (Ma anche la clava, insomma…)

Da quando vivo da sola, ho avuto 34 coinquilini. Di tutti i tipi. C’erano amanti dei gatti, maniaci della vodka, giovani esploratori, aspiranti giardinieri e  fan del duce. In Belgio dividevo il bagno con otto persone. Nella mia prima casa a Berlino mi ritrovai con due austriache adorabili e cinque armene psicopatiche che andavano a lavoro di notte in minigonna sui pattini. Ho avuto la fortuna strabiliante di trascorrere ben tre settimane con una simpatica fanciulla isterica munita di amante sessantenne. In un palazzo pieno di bimbi turchi, che giocavano in cortile 24 ore su 24.

Un giorno sono tornata a casa e i miei coinquilini belgi, simpatici energumeni da 90 kg l’uno, guardavano in tv il matrimonio di William e Kate, commentando gli outfit degli invitati e spettegolando al telefono con le mamme. Gli stessi coinquilini davano feste per gente che non conoscevano e dormivano in corridoio almeno due volte la settimana, perché da ubriachi non riuscivano ad aprire la porta delle loro stanze.

Avevamo una cucina con divano sfondato. La pulivo solo io quella cucina.

Ho avuto anche coinquilini straordinari, per carità. Attualmente convivo con delle ragazze deliziose, ho diviso appartamenti con le mie migliori amiche e ho conosciuto grandi amiche condividendo appartamenti. Sulle mie esperienze di coinquilinaggio, però, potrei scrivere un libro. Che diventerebbe un best seller tra gli psichiatri desiderosi di fare pratica.

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Pollice nero – Un post terapeutico

When I was just a little girl, I asked my mother “What will I be?Will I be pretty? Will I be rich?” Here’s what she said to me: “Oddio, c’è un piccione che sta mangiando le foglie della salvia!!”

Fin da quando ero bambina, ho sempre dovuto dividere l’amore di mia madre con mio fratello e con le piante. A casa abbiamo due balconi, che non sono neanche troppo grandi. Probabilmente, un giorno crolleranno. Perché su quei terrazzini trovano posto almeno quaranta di vasi. E c’è un rametto di ulivo che è diventato un alberello. E io sono allergica agli ulivi, tra l’altro.

In principio furono i gerani e le piante aromatiche. Erano lì fuori e in fondo lo ammetto, non facevano male a nessuno. Quando andavamo in vacanza mia madre iniziava a schiavizzare vicini perché potessero annaffiarle le sue creature. Poi andava avanti a lamentarsi per mesi perché secondo lei “il lavoro non era stato svolto al meglio”. Un anno mio padre inventò un sistema di irrigazione che quasi ci spedì in galera, ancorando una bottiglia piena d’acqua con un mini forellino ad ogni pianta, a testa in giù nel terreno. Poche gocce al giorno per due settimane. Un po’ di vento e un po’ di sfiga e magari cade tutto di sotto , in testa ad un passante. Non successe nulla, ma sarebbe stato divertente.

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La vita è come una maratona tv di Mentana

Succede che un giorno, per andare al lavoro, ci metti un’ora invece che due. Succede che un tempo non facevi nulla e che all’improvviso hai cose da fare.

Succede di girare per le vie del paesello, e di vedere un posto che non avevi mai visto. Di scoprire che è bellissimo, di entrarci gratis, di scattare foto e sentirti felice.

Succede che c’è il sole, che ascolti una guida, che ricordi cose che studiavi alle elementari.

Succede che tuo fratello scrive una tesi di laurea e aveva dieci anni due giorni fa.

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Can anybody find me inchiostro simpatico sul webbe?

Quando lavoravo a Berlino, cercavo blog per collaborazioni e dopo qualche tempo non sapevo più come scovare nuovi siti. Allora inserivo parole a caso su google e arrivavo fino a pagina 50 chiedendomi come fosse possibile associare una lista infinita di siti pornografici a  chiavi di ricerca innocenti come “gattini grigi giocano felici”. Mi accorgevo, spesso, che i blogger pubblicavano elenchi di keyword assurde con cui venivano trovati, e io leggevo affascinata meditando sui profondi misteri degli algoritmi dei motori di ricerca.

Poi, un giorno, ho aperto un blog anche io; e ho scelto un nome assurdo, in barba a tutte le menate sul SEO che mi avevano messo in testa per un anno. E dopo mesi… sorpresa! La gente ha iniziato a trovarlo facendo ricerche sul web. “Incidenti di percorso”, pensavo io. E invece no, ci sono almeno 500 persone che ci sono arrivate così. Sono una blogger normale, quale gioia! Anche io potrò scrivere un post idiota deridendo le altrui ricerche, fingendo di non essere una che googla “mal di gola influenza aviaria” o “amicizia finita, è normale star tanto male da simpatizzare con Fitto che è triste perché in fondo voleva bene a Berlu?”.

Quindi, per dimostrarvi che chi cerca “sentimenti con la z” trova inchiostri simpatici, vi aprirò il mio cuore e il mio archivio, sperando che un giorno Google la smetta con ‘sta buffonata dei termini di ricerca sconosciuti. Perché io voglio sapere cosa cercate quando sbarcate qui. E che alla privacy ci pensi Obama!

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