Wilma, la prova costume! (Ma anche la clava, insomma…)

Da quando vivo da sola, ho avuto 34 coinquilini. Di tutti i tipi. C’erano amanti dei gatti, maniaci della vodka, giovani esploratori, aspiranti giardinieri e  fan del duce. In Belgio dividevo il bagno con otto persone. Nella mia prima casa a Berlino mi ritrovai con due austriache adorabili e cinque armene psicopatiche che andavano a lavoro di notte in minigonna sui pattini. Ho avuto la fortuna strabiliante di trascorrere ben tre settimane con una simpatica fanciulla isterica munita di amante sessantenne. In un palazzo pieno di bimbi turchi, che giocavano in cortile 24 ore su 24.

Un giorno sono tornata a casa e i miei coinquilini belgi, simpatici energumeni da 90 kg l’uno, guardavano in tv il matrimonio di William e Kate, commentando gli outfit degli invitati e spettegolando al telefono con le mamme. Gli stessi coinquilini davano feste per gente che non conoscevano e dormivano in corridoio almeno due volte la settimana, perché da ubriachi non riuscivano ad aprire la porta delle loro stanze.

Avevamo una cucina con divano sfondato. La pulivo solo io quella cucina.

Ho avuto anche coinquilini straordinari, per carità. Attualmente convivo con delle ragazze deliziose, ho diviso appartamenti con le mie migliori amiche e ho conosciuto grandi amiche condividendo appartamenti. Sulle mie esperienze di coinquilinaggio, però, potrei scrivere un libro. Che diventerebbe un best seller tra gli psichiatri desiderosi di fare pratica.

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Can anybody find me inchiostro simpatico sul webbe?

Quando lavoravo a Berlino, cercavo blog per collaborazioni e dopo qualche tempo non sapevo più come scovare nuovi siti. Allora inserivo parole a caso su google e arrivavo fino a pagina 50 chiedendomi come fosse possibile associare una lista infinita di siti pornografici a  chiavi di ricerca innocenti come “gattini grigi giocano felici”. Mi accorgevo, spesso, che i blogger pubblicavano elenchi di keyword assurde con cui venivano trovati, e io leggevo affascinata meditando sui profondi misteri degli algoritmi dei motori di ricerca.

Poi, un giorno, ho aperto un blog anche io; e ho scelto un nome assurdo, in barba a tutte le menate sul SEO che mi avevano messo in testa per un anno. E dopo mesi… sorpresa! La gente ha iniziato a trovarlo facendo ricerche sul web. “Incidenti di percorso”, pensavo io. E invece no, ci sono almeno 500 persone che ci sono arrivate così. Sono una blogger normale, quale gioia! Anche io potrò scrivere un post idiota deridendo le altrui ricerche, fingendo di non essere una che googla “mal di gola influenza aviaria” o “amicizia finita, è normale star tanto male da simpatizzare con Fitto che è triste perché in fondo voleva bene a Berlu?”.

Quindi, per dimostrarvi che chi cerca “sentimenti con la z” trova inchiostri simpatici, vi aprirò il mio cuore e il mio archivio, sperando che un giorno Google la smetta con ‘sta buffonata dei termini di ricerca sconosciuti. Perché io voglio sapere cosa cercate quando sbarcate qui. E che alla privacy ci pensi Obama!

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Come sopravvivere a uno stage – la nuova serie

Mary Poppins, uno dei miei spiriti guida sul podio della triade dell’infallibilità, sosteneva canticchiando che “in tutto quel che devi fare il lato bello puoi trovar”. Quindi insomma, si può gioire anche di 4 ore sui mezzi pubblici o del caldo torrido di Roma a MAGGIO. Ricorderete, forse, di quando avevo appena aperto il blog e blateravo su come si potesse sopravvivere a uno stage inumano in una start  up. Stage in mezzo ai pazzi, sfruttati e con la paga da schiavi. Mai, a quei tempi, avrei immaginato di poter scrivere un post sul “lavoro” gratuito in un’azienda pubblica italiana. Mai, a quei tempi, avrei immaginato che stage potesse voler dire anche “noia, non fare nulla, neanche le fotocopie” .

Perché non mi schiavizzate spremendomi come un limone? Perché mi dedicate la stessa attenzione che riservo al ficus benjamin nelle scale di mia nonna? Cos’ è questa stregoneria? Le nevi si scioglieranno e i testimoni di Geova si convertiranno all’Islam? Mia madre vi chiamerà tutti a casa per convincervi che stirare è irrilevante?

Dopo una settimana di pendolarismo e malinconie, mi è tornata in mente il mio modello di infanzia Mary e le sue canzoncine piene di entusiasmo, che mi hanno spinta a cercare gli aspetti positivi di quanto sto facendo, portandomi a gioire di vittorie minuscole tipo “yeah, ho imparato a strisciare correttamente il badge e ad entrare nei tornelli al primo colpo, come sono intelligente, dov’è il mio zuccherino?” o a dedicare sorrisi esagerati a vecchi cui cedo il posto che si offendono perché ho ceduto loro il posto.

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Die schönsten Weihnachtsmärkte der Welt?

Qualche anno fa, per sbaglio, mi iscrissi  alla mailing list dell’Ente Germanico del Turismo. Era un pomeriggio di dicembre, nell’anno nero del calendario accademico a 320 trimestri, e per tirarci su il morale, Irene ci invitò a partecipare al fantastico concorso “vinci 3 biglietti per i mercatini di Natale più pelli di tutta Cermania“. Ovviamente non vincemmo un bel nulla, ma da quel giorno i “visit paesino di venti anime in mezzo al nulla” sono diventati più frequenti dei “firma la petizione per salvare le balene/ i gattini / il muro di Berlino/ i bambini ammalati di robe che farebbero saltare dalla sedia dottor House”.

Anche in questi giorni, quindi, mi trovo sommersa di classifiche sulle bancarelle davvero imperdibili, sui luoghi invasi da Lebkuchenduft, sugli artigiani che creano decorazioni che apparentemente sembrano piene di  erba cipollina, ma che a quanto pare sono fatte di rami di abete. Riconosco che nell’immaginario di certa gente, parole del genere possano scatenare una gioia pari a quella degli amministratori di Informazione Libera di fronte all’ennesimo link sul gruppo Rothschild che pilota le nostre scelte al ristorante.

La mia persona, però, riserva ai mercatini lo stesso odio che il perugino medio prova per Eurochocolate: da quando sono sbarcata a Bolzano, infatti, l’infausto fenomeno si è palesato in tutti i laghi e in tutti i luoghi, trasformando la mia diffidenza nei confronti del Natale in una sincera paura ansiogena.

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Come sopravvivere a chi ci ferma per strada senza conoscere i principi basilari del marketing

Qualche giorno fa camminavo spensieratamente per raggiungere il centro di Perugia in compagnia della mia fida telecamera (risate di sottofondo); risalivo con fatica delle ripide scalette quando due tizi con 300 volantini mi hanno aggredita vomitandomi addosso un fiume di parole. Poiché nutro un’enorme tenerezza nei confronti dei giovani costretti a fare volantinaggio , mi sono fermata pensando ingenuamente di poter prendere una brochure e scappare. Si trattava invece del solito presidio di gente che raccoglie soldi per bambini dell’Africa/drogati/ gattini abbandonati,  che voleva le coordinate del mio conto  per effettuare prelievi automatici una volta al  mese. Ho urlato convinta ich spreche kein Italienisch!!!! e me ne sono andata a raggiungere i miei compagni di sventura che mi aspettavano più avanti.

Quando vivevo a Bolzano, in periodo mercatini (ergo a partire da novembre) l’intera città veniva invasa da pullman di case di riposo , turisti napoletani con le tute da sci, tedeschi ricchi che davano dolci in pasto ai piccioni e vagonate di loschi figuri che tentavano di sottrarre  danaro a  tutti questi soggetti, trincerandosi dietro improbabili società di beneficenza. Durante il primo anno, regalai a queste persone circa 30 euro, perché mi stalkavano e non capivo come liberarmene. Non ho ben chiaro dove siano finiti quei soldi, ma qualcosa mi dice che se li intascassero i diretti interessati per investirli negli arbre magique rosa che spacciavano per soli 10 euro al pezzo ad ogni festa della mamma (#truestory).

Dopo mesi e mesi di pratica a Berlino, la città con il più alto numero di attivisti assatanati al mondo, ho capito che per allontanarci indenni dalla categoria abbiamo solo tre possibilità: tanto per cominciare, possiamo fingerci minorenni. “Eh, mi spiace, ma mamma non mi permette di dare soldi a sconosciuti” “Ma hai i capelli bianchi, vivi ancora con la mamma?” “Io  sono un bamboccione  soffro di invecchiamento precoce e lebbanche impediscono ai cittadini di accedere alle cure e ora c’è il jobs act e ora…” e andate avanti da soli a delirare cose a caso, aspettando che i tizi si allontanino.

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Principles of Economics – la patente a punti dell’uomo della strada

“Tre naufraghi – un economista, un ingegnere e un fisico – si trovano su un’isola deserta con una lattina di fagioli, senza apriscatole. Si chiedono in che modo potrebbero aprirla. Ingegnere: colpiamo la lattina con un sasso. Fisico: accendiamo un fuoco per scaldare la lattina, aumentare la pressione esterna e farla esplodere. Economista: ipotizziamo di avere un apriscatole …”

La mia primissima lezione di Economia si svolse nell’aula parva magna della Libera Università di Bolzano. L’uomo alla cattedra sarebbe diventato il mio relatore di laurea due anni e mezzo dopo. Ho promesso che chiamerò mio figlio col suo nome. Quindi Alfred. Ma io non avrò un figlio. O almeno spero.

Quello che sarebbe diventato il mio relatore ci traumatizzò per sempre con un mid-term che se ci penso oggi ho ancora gli incubi; se non ci fosse stato quel mid-term, però, non mi sarei mai appassionata all’economia. Mai. Una volta, in aula, due altoatesini si misero a parlare tra loro, a voce piuttosto alta; lui bloccò la lezione, si avvicinò ed esordì con un

-Do you have questions?

-No

-Do you have answers?

-No

-So, please, shut up!

Qualche giorno dopo incontrammo il suo assistente, un bocconiano con gli stivali da cowboy soprannominato stivali tauri, che non smetteva mai di masticare chewing gum. Scoprimmo l’esistenza dei suoi due cani, protagonisti di qualunque esempio atto a spiegare una teoria economica; al terzo anno, purtroppo, uno dei due venne a mancare, e rimase solo il cagnone gigantesco che trascinava all’Unibar la dog sitter (RIP secondo cane di Alfredo, vai ad insegnare agli angeli a provocare externalities negative distruggendo le piante di Antonio, vicino di casa napoletano patito di lirica).

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Il premio chissenefrega

Ci sono domande che non sembrano avere una risposta sensata. Ci pensate mai a quanto spesso si picchino i parlamentari italiani? Quando vivevo in posti senza tv, ogni volta che guardavo la tv mi beccavo una scazzottata alla Camera o al Senato. All’ospedale, però, non ci è finito mai nessuno. Questa cosa mi sconvolge. Così come mi sconvolge l’aver vissuto per un anno con l’incubo delle casse inesistenti al supermercato, e con l’ansia del “non avrò mai tempo di mettere tutto nelle buste” mentre la spesa si accumulava inesorabile su uno spazio di mezzo centimetro quadrato. E indovinate cosa c’è nel supermercato più vicino alla mia nuova casa? La cassa inesistente! In Italia! Ancora non ci credo! Sono così vessata dal fato che ho tutte le carte per finire ad Amici di Maria de Filippi e raccattare voti con una storia lacrimosa.

“Ma chi è che spende soldi per televotare gente nei programmi televisivi?” Forse gli stessi che rispondono ai sondaggi di Nando Pagnoncelli, che io mi dico, come fai a chiamare tuo figlio Nando Pagnoncelli, e come fa uno con questo nome a fare carriera e diventare onnipresente in tv parlando di statistica? Esistono studenti della facoltà di statistica? C’è ancora gente che la porta a termine o l’unica laurea esistente è andata a Pagnoncelli e ora dobbiamo sciropparcelo in tutte le salse?

Secondo i ricercatori Oral-B, l’origine del gomblottismo risale a una domanda su Nando Pagnoncelli. Chi entra nella spirale dei quesiti senza risposta può finire in pochi mesi sulla poltrona di Barbara D’Urso, narrando cronache di rapimenti alieni.

D’altra parte, se Cristoforo Colombo non si fosse incaponito con quella storia delle Indie, non avremmo avuto il cioccolato e Gilmore Girls. E nessun alieno avrebbe avuto interlocutori perché si sa, gli alieni parlano solo con gli americani.

Quindi ecco, dovremmo cercare di trovare un equilibrio, interrogandoci sulla questione del giorno senza scovare rettiliani nei sacchetti dell’umido. La domanda di oggi, infatti, è un classico talmente classico che l’Iliade e l’Odissea gli spazzano il salotto:  nelle prossime righe di questo post, armati di pazienza e rigore scientifico,  proveremo a capire cosa spinge l’umanità ad ignorare sistematicamente il nobile concetto del chissenefrega.

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I sogni son desideri (e Cenerentola si droga)

C’è stato un periodo nella storia dell’uomo in cui le pantere adoravano scappare dai circhi e dagli zoo; googlando pantera scappata esce tra i suggerimenti “Viterbo, Toscana, Roma, Umbria, Palermo, Torino, irpinia, Maremma, zona mantovano, Collegno” e altri luoghi ameni dall’Alpe alle Piramidi dal Manzanarre al Reno. Quando ero piccina, qui ai Castelli, sfilavano tutti i circhi sfigati d’Italia, col loro carico di trapeziste vestite di paillettes capaci solo di dondolarsi avanti e indietro; giravano per le strade preceduti dal camioncino di donne è arrivato l’arrotino, che per l’occasione strillava i prezzi dei biglietti di ingresso.

Non riesco a capire se i miei ricordi del circo siano reali o se li abbia creati a posteriori la mia mente; anyway, si trattava di spettacoli particolarmente tristi e noiosi, che lasciavano nel mio animo gli echi di terrori e paure irrazionali: perché sebbene quei baracconi un po’  dimessi si trascinassero dietro solo un paio di cammelli depressi e abbattuti, la mia mente malata tesseva trame farcite di pantere nascoste nei camion, che prima o poi sarebbero scappate infestando le Olmate e i giardinetti della piazza.

Qualche mese fa, alla stazione di Pankow, si era installato un circo vagamente più serio, con tanto di tigri bianchi e bestioline di ogni dove che la me adulta sognava di liberare; una sera, mentre tornavo a casa dopo la palestra, vidi un omino addetto ai lavori tirare fuori una pantera dal camion. Una pantera bellissima col manto lucido, che si muoveva (legata)  in direzione strada su cui camminavo. Mi fece una pena terribile. E una paura che non riesco a spiegare. Non voglio certo tediarvi con descrizione accurate del mio odio (credo condiviso) per una cosa inutile come i circhi con animali; posso parlarvi però del cuore in gola, dell’annebbiamento della mente, della paralisi delle gambe mista alla voglia di scappare. Del rovesciarsi dei ricordi di quei servizi di telegiornali estremamente datati, che avevano alimentato una paura atavica rimasta chiusa per anni in un cassetto del cervello.

Tutto questo per introdurvi all’argomento che abbiamo scelto di trattare, perché ultimamente io e il mio amico subconscio stiamo rispolverando una serie di fobie che credevo superate. Io al mio subconscio (si chiama Subby!!) voglio tanto bene, e non so proprio cosa farei senza di lui; mi regala ogni notte certe trame da film che potrebbero vincere gli Oscar alla sceneggiatura. Sogno cose talmente assurde che quando le annoto sul diario dei sogni rido da sola per settimane. Oppure mi inquieto. Un giorno vi farò il post sulle storie allucinanti che rivivo ogni notte.

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È settembre è settembre si può fare di piùùù

A 12/13 anni cantavo da solista so this is Christmas, and what have you done? Another year’s over, and a new one just begun. Era la recita della befana, nella sede degli scout, e Stefano suonava la chitarra. La gente cresce, assilla gli amici per mesi prima di decidere cosa fare a Capodanno; poi va a una mega festa, si annoia, beve per dimenticare, Brigitte Bardot Bardot, si addormenta e annota in hangover promesse deliranti che tempo febbraio avrà già dimenticato.

Io non mi rassegno al passare del tempo, e continuo a considerare settembre come punto di inizio del mio anno solare. Mi vergogno a comprare il Sole 24 ore anche ora che i finti intellettuali d’Italia hanno gettato la maschera, e in mancanza dell’Unità si lanciano direttamente sulla Gazzetta dello Sport. Cerco pubblicazioni che mi facciano sentire il più lontana possibile dalla casta dei capitalisti e dalle vecchiette romane che acquistano Il mio papa. Sono la gioia degli edicolanti di ogni dove.

Mia nonna, alla mia età, aveva già due figlie, io fermo i netturbini implorando “la prego non getti via così quella copia indifesa di Le Figaro” “Ma è di ieri” “Ma non importa”. Zio Paperone sarebbe fiero di me.

E quindi è settembre, inizia la vita, e invece del diario col gatto mi trovo a scegliere la lista delle cose da cominciare ad ottobre. Perché a ottobre, ragazzi, si cambia, ma io all’alba del 18 settembre non so ancora niente, perché pianificare ci fa schifo, siamo gente strong, che è proletaria, e improvvisiamo.

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La salute del piccione come indicatore del benessere economico

Un paio di anni fa mio padre si impossessò di tutti i cd dei libri interattivi di inglese che avevamo alle elementari per appenderli a dei fili e creare uno spaventapiccioni professionale secondo le istruzioni di daglialpiccione.com . L’opera d’arte faceva bella mostra di sé da forse due minuti quando tre omini del palazzo di fronte ci fecero notare i simpatici riflessi che il sole si divertiva a spedire sui loro muri portanti, trasformando lo spaventapiccioni in un accecavicinato.

Io saltellavo felice per quel fallimento clamoroso perché la verità, signori e signore, è che a me i piccioni piacciono un sacco. Ho provato più volte ad addomesticarli e a farli mangiare dalle mie mani. Ho dato loro dei nomi (Piccio-piccionis primo, secondo, terzo e quarto, proprio come study prima, seconda, terza e quarta, la mie student card che perdevo a tempo record); li ho sempre protetti senza fare la spia quando venivano a distruggere le piante di mia madre (“Come stanno i miei bambini?” “Bene, mamma, Francesco ha un po’ di mal di pancia, ma nulla di grave…” “Ma sono fioriti? Li state annaffiando? I piccioni li molestano? Ma dove sei, perché non rispondi?” Ero a versare briciole di pane nei vasi dei gerani).

Poche ore dopo la fine della festa di laurea di Rike, le spoglie mortali di me e Cristina si recarono a fare un esame in un’aula invasa di luce, sotto lo sguardo schifato e preoccupato di un professore che si chiedeva  se fosse meglio allertare il 118 o il 113.  Al ritorno da quella prova, le bancarelle di Piazza delle Erbe ci sembrarono il posto più splendido del mondo, con quei carichi di frutta in technicolor che avrebbero fatto un baffo ai più bei mari tropicali; i raggi settembrini illuminavano turisti ridenti e felici, intenti a sperperare quattrini acquistando le statuine di angioletti obesi tipiche di una celebre azienda del posto. Sotto un cielo azzurro senza scie chimiche, zampettavano imponenti diversi piccioni grassi e panciuti, che facevano ondeggiare un collo gigante ornato di piume verdi e viola, in un moto perpetuo che ci dava la nausea.

Quel giorno mi accorsi di quanto fossero belli i piccioni locali. Non ne ho mai incontrati di simili, neanche a Venezia. Un miracolo della natura.

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