Ma sono mille papaveri rossi

È arrivata la primavera, a Roma. C’è un bel sole caldo, una luce stupenda e io non so mai come vestirmi. Lo scorso anno, in questo periodo, ho cominciato a tornare a casa facendo un tratto di strada a piedi. Prendevo la metro a Spagna, a volte arrivavo fino a San Giovanni; cercavo di godermi il vento della sera, gli ultimi raggi di sole sulle facciate dei palazzi, le ondine sul Tevere, il vociare dei turisti.

Mi facevo un regalo, cercavo di staccare il cervello almeno per un’ora. Per un paio di mesi quella passeggiata è stata l’unica ricompensa che mi sono concessa.

Ero in treno, poco fa, e mi sentivo in colpa. Mi ero portata un hard disk carico di lavoro da fare. Non sono riuscita a fare tutto quello che volevo. “Mi sono fermata troppo e sono ancora stanca. Potevo dormire un’ora di meno, dovevo scrivere una pagina in più”.

È incredibile pensare che proprio oggi, a pranzo, discutevamo del perché si festeggia il primo maggio e che di fronte a quelle frasi di una pagina di Wikipedia mi sono quasi vergognata. La gente si è fatta ammazzare, perché potessimo lavorare otto ore al giorno. Certe volte di ore ne lavoro  più di dodici, e sembra io debba farmene quasi un vanto.

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Un prato pieno di lucciole

Mio nonno, quando era ragazzo, andava a Pasquetta alle fontanelle di Avella. Partiva al mattino con i suoi amici; uno di loro era figlio di un capo treno. “Quando ha il turno il tuo papà?” “Alle cinque e cinquantasette“. E si alzavano tutti, alle cinque e cinquantasette, per andare a Napoli senza pagare il biglietto. Il primo anno da neopatentati si allungarono fino ad Alberobello; due ore di gita, otto di macchina. Era il 1956.

I miei genitori, da fidanzati, andavano d’estate alle fontanelle di Avella; c’erano tante, tantissime lucciole. Una sera, mentre tornavano di lì, trovarono un cane, color miele; andava avanti e indietro, sul ciglio della strada. Lo caricarono sui sedili dietro, mia madre – terrorizzata – temeva la mordesse. Bill è stato coi miei nonni per quasi vent’anni. Era enorme, dolce, color miele. Mia madre ha paura di tutti i cani, ma di lui no. A Capodanno lo chiudevano in garage perché si spaventava per i fuochi d’artificio. Non avrebbe morso nemmeno un ladro. Ho una foto con lui, nel recinto dei conigli.

Una volta, da bambina, ho visto un prato pieno di lucciole. Eravamo nelle Marche, in vacanza. Vivevamo in una villa in mezzo ai campi di girasoli. Apparteneva a una signora, tutta strana, con sette cani e due dipendenti – Augusto e Archimede. Riparavano le biciclette. Avevano, in cantina, decine di mobili pieni di bottoni. C’era una tenda a separare i nostri appartamenti. La statua di una madonna scolorita in giardino. L’aria era calda, l’atmosfera indolente.

Io e mio fratello giocavamo con due bambini, nella villa più avanti. Un giorno la loro mamma ci ha fatto i pop corn dolci. E io – che li avevo sempre mangiati salati – li sgranocchiavo, un po’ perplessa; era un posto strano, un po’ fuori dal mondo.

Ma io le lucciole le ho viste solo lì; e poco fa, tra le immagini di Google. Non credevo che un insetto tanto brutto potesse dar vita a quella scena che mi aveva tolto il fiato.

And although my eyes were open, they might just as well been closed

Questa mattina mi sono svegliata abbastanza presto, non c’era traffico, la metro era deserta. Sono andata fino a Ottaviano, ho girato per negozi, ho comprato del caffè profumatissimo. Ho camminato, a lungo, mi sono fermata a scattare delle foto a Piazza del Popolo. Avrei voluto catturare alcune immagini, ma erano tanto belle che non me la sono sentita; non riuscivo a cristallizzare, in un momento, i due ragazzi seduti per terra che disegnavano – alla perfezione – l’obelisco. Non riuscivo a fermare, in uno scatto, il venditore di rose chino alla fontana, che bagnava ogni fiore, uno a uno, come stesse facendo il bagnetto a un bambino. Una coppietta di ultrasettantenni leggeva il giornale su una panchina, in mezzo al nulla (la Repubblica lei, il Corriere dello Sport lui). Due fratellini, di cinque/sei anni, correvano tra i turisti, sulle terrazze del Pincio; ho passeggiato – fermandomi spesso – per Villa Borghese. Sono andata a visitare la galleria di Arte Moderna e Contemporanea. C’erano un sacco di vecchietti che si fermavano davanti ai quadri un po’ perplessi, tra un “cosa vuol dire?” e un “almeno questo si è impegnato”.

“Mi scusi, le ho rovinato la fotografia”. Una bimbetta gattonava affascinata tra statuette di cani in metallo.

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Ma nun sann’ ‘a verità

Ogni mattina, a Roma, incontro – forse dovrei dire “mi scontro con ” – decine di turisti stranieri che affollano la metro A. Si lamentano. Perché siamo stipati come sardine; perché gli autobus non passano. Perché c’è uno che allunga le mani. Perché li hanno fregati al ristorante.

“Bella eh…”, li senti dire. “Ma come fate a vivere così tutti i giorni”, mi ha chiesto una ragazza di Barcellona; e un ragazzo di Parigi. E due signori di Norimberga. E dei vecchietti giapponesi. Quando i ragazzini senza casco sfrecciano sui motorini portandosi dietro la nonna, o il fratellino -sempre senza casco- pensi che forse, il tedesco lì davanti potrebbe avere un mancamento.

E invece sono lì – i turisti – su un trenino buffo, a fare video di un tizio affacciato al balcone che canta per loro “tu vuoi fa l’americano”. Lo intravedi, lassù, tra bottiglie di limoncello e pacchi di taralli, mentre la folla si muove e i motorini – senza casco – ti superano strombazzando. Per me Napoli ha sempre avuto una specie di magia.

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Viaggiare scomodi

Sto andando in autobus da Roma a Bolzano. Ho visto il tramonto da un punto imprecisato della Pianura Padana; ho tentato di fare una foto al sole rosso, un po’ aranciato, che si perdeva tra gli alberi. La mia macchina fotografica, però, è incastrata in alto, il mio vicino non mi lascia uscire, il mio telefono fa il suo dovere, ma non gli puoi chiedere troppo.

Fuori ci saranno ancora 30 gradi, io indosso un maglioncino perché l’aria condizionata è fortissima. Abbiamo smesso di ascoltare la radio per passare a musica discutibile. Prima leggevo, ora c’è un bambino che piange troppo forte.

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Agosto

Ieri sera, al telegiornale, ho visto un servizio sulla metropolitana di Mosca. Qualche settimana fa – erano i primi di agosto – ho preso un autobus sostitutivo al posto della metro A, a Roma. Una signora, di Mosca, si lamentava del caldo, della folla, dell’amministrazione Raggi.

“Ma perché non fanno i lavori di notte, come tutti?”, mi ha chiesto esasperata.

Mi ha raccontato della metro di Mosca, che sembra un museo. Tutto è pulito, è come essere essere in un luogo tanto antico e -contemporaneamente – tanto nuovo.

“Sai – mi diceva – io sono cresciuta qui a Roma, ci vivo da anni”.

Soffriva di bronchiti e polmoniti, un medico l’ha mandata qui quando era ancora una bambina. Da sola. In Russia si ammalava sempre, non poteva andare a scuola o uscire di casa.

“Ora, ogni tanto, vado a trovare mia sorella. Abita fuori San Pietroburgo. Ora a Russia è bene, c’è Putin che regala soldi ai poveri”.

Sembrava crederci davvero.

Ho pensato a Putin, alla Russia, a quanto vorrei andarci. Ad Arco di Travertino, la signora ha firmato la raccolta firme per il referendum dei radicali. Risiede a Roma, io ancora no. Forse, chi sa, non ci risiederò mai.

Da ottobre – credo – riprenderò a studiare russo.

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Let’s dance for fear tonight is all

A Francoforte, vicino l’Eurotower, c’è una specie di installazione con dei tubi rosa. Ce ne è una identica anche a Berlino, in zona Potsdamer Platz. L’anno scorso avevo percorso tutta quella strada, seguendo i tubi rosa, per cercare il monumento alle vittime dell’Aktion T4. Avevo fatto mille foto a un muro azzurro, tutto di vetro, che per due anni non avevo mai notato. Una volta ero andata ad ascoltare un concerto di Marta alla Berliner Philharmoniker, che è esattamente lì dietro. Mi avevano detto che ogni sabato pomeriggio (o forse, ogni giovedì) l’orchestra faceva le prove e si poteva entrare ad ascoltare gratis. Ci ero passata, una volta. Suonavano una sinfonia di Beethoven. La quarta, diceva il programma. A un certo punto ero scappata perché la musica mi risuonava dentro ed ero troppo commossa, volevo piangere.

C’è qualcosa che mi commuove, della Germania. Come qualcosa di incompiuto. Ogni volta che ci metto piede, mi sembra di incontrare una persona del passato, che mi somiglia, che non sono più io.

C’è stato un periodo della mia vita in cui volevo lavorare per le istituzioni europee. Avevo mandato 123 cv e non mi aveva risposto nessuno. Nelle ultime settimane sono entrata al Parlamento Europeo e alla BCE. È stato un po’ come guardare allo specchio un riflesso che non c’è più.

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Scatoloni

“Non mangerò più la pizza di mia madre una volta a settimana”.

Era un mercoledì di settembre. Impacchettavo cose. Vidi la mamma, che impastava la pizza, e in quel momento realizzai davvero che mi stavo trasferendo. Avrei  iniziato una vita nuova. Avrei spezzato una catena di abitudini. E io ci ero affezionata, a certe abitudini.

Mi sentivo un poco stupida, ma mi veniva da piangere. Era come concentrare l’immensità del cambiamento in una cosa minuscola. Una cosa che accadeva sempre, che sarebbe continuata anche senza di me.

Infilai una radio nello scatolone. Non l’ho più ascoltata, la radio, negli anni di università.

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Le tessere del puzzle

L’estate, per i bimbi, dura tre mesi. Andavamo a Nola per settimane, ne eravamo persino felici. Martina veniva a stare ogni giorno da noi, arrivava al mattino. Giocavamo  a nascondino, ci facevamo rincorrere dal cane, poi saltavamo sulla panchina, per non farci raggiungere. Andavamo in bicicletta, ci lanciavamo l’acqua sul terrazzo. Alla sera – «zia, altri cinque minuti» – tiravamo fuori i puzzle e facevamo a gara a chi finiva prima.

Era un rito.

Bambi, Pocahontas, il cane e il gatto che ballavano davanti a un jukebox. Ce ne stavamo lì, seduti attorno al tavolo di plastica in mezzo alle scale, dopo aver fatto la doccia, intenti a cercare la tessera perfetta. Io, mio fratello e mia cugina, 24 anni in tre.

«Zia, altri cinque minuti». Martina doveva andare a casa, ma prima voleva finire di ricomporre quell’immagine. Ogni sera, a rotazione, una diversa. Il primo che finisce, domani sceglie il puzzle.

Dovevi incastrare i pezzi, poi – dal nulla- usciva un disegno.

Mi chiedevano, un tempo, «cosa vuoi fare da grande?» e io rispondevo «Lilli Gruber». «Vuoi dire la giornalista, forse…», «No, Lilli Gruber».

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