Viaggiare scomodi

Sto andando in autobus da Roma a Bolzano. Ho visto il tramonto da un punto imprecisato della Pianura Padana; ho tentato di fare una foto al sole rosso, un po’ aranciato, che si perdeva tra gli alberi. La mia macchina fotografica, però, è incastrata in alto, il mio vicino non mi lascia uscire, il mio telefono fa il suo dovere, ma non gli puoi chiedere troppo.

Fuori ci saranno ancora 30 gradi, io indosso un maglioncino perché l’aria condizionata è fortissima. Abbiamo smesso di ascoltare la radio per passare a musica discutibile. Prima leggevo, ora c’è un bambino che piange troppo forte.

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Agosto

Ieri sera, al telegiornale, ho visto un servizio sulla metropolitana di Mosca. Qualche settimana fa – erano i primi di agosto – ho preso un autobus sostitutivo al posto della metro A, a Roma. Una signora, di Mosca, si lamentava del caldo, della folla, dell’amministrazione Raggi.

“Ma perché non fanno i lavori di notte, come tutti?”, mi ha chiesto esasperata.

Mi ha raccontato della metro di Mosca, che sembra un museo. Tutto è pulito, è come essere essere in un luogo tanto antico e -contemporaneamente – tanto nuovo.

“Sai – mi diceva – io sono cresciuta qui a Roma, ci vivo da anni”.

Soffriva di bronchiti e polmoniti, un medico l’ha mandata qui quando era ancora una bambina. Da sola. In Russia si ammalava sempre, non poteva andare a scuola o uscire di casa.

“Ora, ogni tanto, vado a trovare mia sorella. Abita fuori San Pietroburgo. Ora a Russia è bene, c’è Putin che regala soldi ai poveri”.

Sembrava crederci davvero.

Ho pensato a Putin, alla Russia, a quanto vorrei andarci. Ad Arco di Travertino, la signora ha firmato la raccolta firme per il referendum dei radicali. Risiede a Roma, io ancora no. Forse, chi sa, non ci risiederò mai.

Da ottobre – credo – riprenderò a studiare russo.

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