Strangers in the Metro A

-Papà, ricordi quella volta siamo andati a a Termini a vedere i treni?
-Certo.
-C’era il Freccia rossa, il Freccia bianca e il trenino brutto e pieno di gente. Papà?!
-Sì, Marco, che c’è?
-Perché non mi ci porti a Termini, a vedere i treni?
-Perché io devo andare al lavoro e tu devi andare a scuola.

-Papà, ma ti ricordi quanto era bello quando siamo tornati da Milano, io, tu e la mamma? Lei aveva il vestito blu e io ero felice perché il nonno mi aveva portato a vedere l’Inter. E poi siamo rimasti a Termini, a salutare i treni…. Papà?! Scendiamo a Termini a guardare i treni?
 -Ma se scendiamo a Termini alle otto e mezzo del mattino non risaliremo mai più.

-Papà, per favore….
-Marco…
-Che c’è, papà?
-Sposta lo zaino. Il signore deve passare.
-Sto di fretta, scusate. Devo prendere il treno.
-Posso venire a salutarlo?
-Ma c’hanno messo le transenne. Ormai non ti puoi più avvicinare. C’hanno tolto pure la possibilità di andare a salutare chi va a prendere il treno.

∗∗∗∗∗∗
Qua è tutto ‘no schifo! Tutto! La vede sta metro? Continua a fa schifo. Io ho votato sta ragazzetta, là, come se chiama… Pensavo che aggiustava qualcosa. Ma invece niente, qua è sempre no schifo. Lei dove vive? Perché me guarda così? Ah, è straniero? Va beh! Tanto qua è pieno de stranieri. Almeno lei viene a fa il turista e se ne va. Chi sa che ce vengono a fa, tutte ste persone, in ‘sta città. Era bella, prima, ‘sta città. Io ci ho conosciuto mia moglie. Quando l’ho vista, la prima volta, aveva una camicia blu… L’estate andavamo a ostia, sulla vespa. Lei si metteva il vestito a fiori, si stringeva a me e la città sembrava ancora più bella. Poi è morta, e io a Ostia non ce so andato più. Ma che glielo dico a fare. Lei non mi capisce.
Lei non potrà mai vedere quanto era bella, Roma, un tempo.
È proprio un peccato.
∗∗∗∗∗∗
-Scusi, lo legge ancora Metro?
-No, glielo regalo.
-Ma non serve, stia tranquillo.
-Stia tranquilla lei. Ne prendo sempre due e ogni giorno ne regalo uno a una persona diversa.
∗∗∗∗∗∗
-Mamma, chi era quella signora?
-Non lo so.
-E perché l’hai salutata?
-Perché quando avevo il pancione e io e il papà ti aspettavamo, la incontravo sempre. Io pensavo a come saresti stato, a come sarebbe stata la tua vita con te. E ogni volta che la vedo, non so perché, mi viene istintivo iniziare a sorridere.
 

I primi fogli erano scritti con la massima attenzione, da una tenera mano femminile: poi i caratteri sembravano mutare, diventare più leggeri, più liberi. Ma come si stupì quando scorse le ultime pagine! “Per amor di Dio! Questa è la mia calligrafia”. 

– No, scusi, mi faccia capire.
-Prego?
-Sì, sto sbirciando sul suo libro e lo so, non dovrei farlo. Ma questa impara a scrivere come il tizio che le piace? E questo capisce che lei lo ama in questo modo? No, mi scusi, io non sono d’accordo. Anche quello che mi piace adesso vuole che io diventi come lui, ma non se ne parla. Alla fine l’amore significa accettare le differenze no? Mica distruggerle! Ma questo non lo capisce, io non lo sopporto. Le posso raccontare la mia storia? Le mie amiche non mi sopportano più.
∗∗∗∗∗∗
Una ragazza, di forse quindici anni, mi ha parlato d’amore da San Giovanni a Flaminio.
Dandomi del lei.
Un signore ha regalato a un vecchietto la sua seconda copia di Metro.
Telesia parlava di Trump, delle sue strategie.
Marco e il papà sono scesi a Termini.
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