Let’s dance for fear tonight is all

A Francoforte, vicino l’Eurotower, c’è una specie di installazione con dei tubi rosa. Ce ne è una identica anche a Berlino, in zona Potsdamer Platz. L’anno scorso avevo percorso tutta quella strada, seguendo i tubi rosa, per cercare il monumento alle vittime dell’Aktion T4. Avevo fatto mille foto a un muro azzurro, tutto di vetro, che per due anni non avevo mai notato. Una volta ero andata ad ascoltare un concerto di Marta alla Berliner Philharmoniker, che è esattamente lì dietro. Mi avevano detto che ogni sabato pomeriggio (o forse, ogni giovedì) l’orchestra faceva le prove e si poteva entrare ad ascoltare gratis. Ci ero passata, una volta. Suonavano una sinfonia di Beethoven. La quarta, diceva il programma. A un certo punto ero scappata perché la musica mi risuonava dentro ed ero troppo commossa, volevo piangere.

C’è qualcosa che mi commuove, della Germania. Come qualcosa di incompiuto. Ogni volta che ci metto piede, mi sembra di incontrare una persona del passato, che mi somiglia, che non sono più io.

C’è stato un periodo della mia vita in cui volevo lavorare per le istituzioni europee. Avevo mandato 123 cv e non mi aveva risposto nessuno. Nelle ultime settimane sono entrata al Parlamento Europeo e alla BCE. È stato un po’ come guardare allo specchio un riflesso che non c’è più.

Ieri sera sono uscita dalla redazione ed era primavera. Ho camminato due ore senza meta per Roma, come facevo quando vivevo a Berlino. C’erano decine di coppie che scattavano selfie al tramonto. C’era un signore che suonava qualcosa di Battisti. C’erano persone, tante persone, che lavoravano per sistemare tutto prima che cominciasse la maratona di Roma. Due uomini facevano il sound check.

“Daje, che domani parla Virginia”.

A Roma è primavera, ci sono i fiori. A me manca Perugia, manca Berlino, mi manca persino il Belgio.  Sono nostalgica e ascolto David Bowie. L’altra notte ho sognato di incontrare Anita in metropolitana. Mi sorrideva, mi regalava un libro. Ho riletto questo post che ha scritto lei, quando è morto David Bowie e non so perché, mi è sembrato di aver vissuto quella serata. Eppure ero a chilometri da lì.

Ho ritrovato il primo libro che ho provato a leggere in tedesco. Il primo che ho comprato in un negozio vero. Parla di un uomo, di cui non si dice neanche il nome, che di lavoro testa scarpe di lusso. Cammina per ore, in giro per Francoforte, guarda la gente e riflette su tutto quello che di assurdo c’è nella vita.

“Il collaudatore di scarpe”, lo hanno tradotto in italiano. Il titolo tedesco è molto più bello: “Ein Regenschirm für diesen Tag”. Un ombrello per questa giornata. Ricordo di averlo comprato in un giorno di pioggia in una libreria minuscola a Prenzlauer Berg.  Mi piaceva la foto in copertina, mi attraeva il titolo. Non capivo una parola, penso di essermi arenata a metà.

Lo sto leggendo al mattino, mentre la gente mi schiaccia in metropolitana. Mentre penso ai giri che fa la vita e a quanto mi piacerebbe, in fondo, lavorare in una clinica di lusso dove si guariscono persone che sentono “che la vita non è altro che una lunga giornata di pioggia. E il loro corpo, non è altro che un ombrello per questa giornata“.

Ieri sera ho camminato a lungo per Roma, pensando alle cose che cambiano, a quelle che si ripetono, a quanto di assurdo c’è nella vita. Ho pensato che sto vivendo un gran bel periodo, ma che a volte perdo dei momenti, perché rifletto troppo sul passato. O perché mi faccio angosciare dal futuro.

Ho pensato che ieri mattina, appena sveglia, sono andata a comprare la verdura alle bancarelle sotto casa e Amedeo, il venditore che non è italiano ma sta in Italia da ventisette anni, compra la verdura ai Castelli e il lunedì sera guarda Report, mi ha detto “signorì, tu ci pensa troppo. Se vuoi zucchine, te le regalo io. Ma non puoi pensare tutto questo tempo per prendere una decisione. Non puoi pentirti, sono solo zucchine”.

Ieri sera, mentre ero davanti al Colosseo, una ragazza mi ha fermata, con un’espressione stravolta in viso. “Scusa, ma hai visto? Hanno messo dei bagni chimici davanti al Colosseo. Perché mi vogliono rovinare una cosa così bella come la vista del Colosseo quando torno a casa la sera? Ecco, guarda. Fermati un attimo. Guarda quanto è bella la luce sul Colosseo, in questo momento”.

Mi ha messo così tanta positività, che per un attimo avrei voluto fermare anche io una persona a caso. Per dire: “Ecco, guarda. Fermati un momento. Guarda quanto è bella questa cosa”.

La sera, a volte, sono così stanca e persa nei miei pensieri che mi perdo la bellezza di Roma. Vorrei imparare a rimuginare meno. A catturare pezzettini di luce da intrecciare con i miei pensieri positivi, per costruirmi un ombrello. Uno resistente, che mi ripari nelle giornate di pioggia. Che mi sproni più spesso a fermarmi a guardare una cosa bella. A pensare meno e prendere più decisioni.

Questo blog è stato il mio ombrello durante un periodo in cui ero triste e insoddisfatta. Vorrei tornasse ad esserlo anche ora, che le cose girano bene e sono felice.

Ut melius, quicquid erit, pati.

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