Scatoloni

“Non mangerò più la pizza di mia madre una volta a settimana”.

Era un mercoledì di settembre. Impacchettavo cose. Vidi la mamma, che impastava la pizza, e in quel momento realizzai davvero che mi stavo trasferendo. Avrei  iniziato una vita nuova. Avrei spezzato una catena di abitudini. E io ci ero affezionata, a certe abitudini.

Mi sentivo un poco stupida, ma mi veniva da piangere. Era come concentrare l’immensità del cambiamento in una cosa minuscola. Una cosa che accadeva sempre, che sarebbe continuata anche senza di me.

Infilai una radio nello scatolone. Non l’ho più ascoltata, la radio, negli anni di università.

“Non vedrò più le montagne ogni mattina”. 

Sono andata in giro con le amiche, sul Talvera, mangiando a orari assurdi e ridendo per ore. Il distacco da Bolzano non l’ho quasi sentito. In quel periodo ero solo contenta di tornare a Berlino. I giorni pieni, la tesi da consegnare, le piccole, grandi delusioni.

Poi, ero in treno, ho sollevato da sola la valigia grande sulla cappelliera e ho pensato alle cene, alle passeggiate, ai caffè all’unibar, persino ai mercatini. Alla biblioteca in inverno, quando pioveva: le gocce scivolavano sul vetro, io mi sentivo malinconica ma avevo le mie amiche. Ai pomeriggi al Lido, in estate; a quando c’erano i mondiali, o gli europei, e si guardavano le partite nei bar all’aperto. Volevo scriverlo in qualche modo, ma sull’agenda mi uscì solo una frase: “non vedrò più le montagne ogni mattina”.

“Dove andrò a passeggiare la domenica pomeriggio?”. 

Mia madre usa lo stesso cellulare da anni. Adesso lo ha cambiato, prima l’ho aiutata a trasferire numeri e dati. Ho trovato un mio messaggio, vecchissimo. “Sono sola, con il gatto, fa tantissime fusa. Ci sono troppi scatoloni, io non ce la faccio. Sto piangendo”.

L’ultima ultima notte a Berlino ero stata in piedi a lungo, cercando di mettere a fuoco quel che stavo accadendo. Ero così felice; ero psicologicamente devastata. Non mi aspettavo che la mia vita in quella città si sarebbe interrotta così, da un momento all’altro. Pensavo all’inverno freddo, ai maglioni caldi, alle giornate di sole salutate con gioia. Alle estati brevi, ma piene. Alle giornate fuori casa, agli amici, alle mille cose da fare. Agli aperitivi dopo il lavoro, alle passeggiate senza fine, ai parchi, ai tramonti, agli scorci. All’infinita serie di ricordi assurdi. “Dove andrò, adesso, la domenica pomeriggio?”. L’ho ripetuto per giorni, singhiozzando; mi uscivano le lacrime, sul minimetro.

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“La vista, dal mio balcone, è così bella”. 

Qualche mese fa Cristina è venuta a trovarmi a Perugia, per un fine settimana. Passeggiavamo lungo via della Viola e le dicevo che “Berlino è stata la città della flagrancy, Perugia quella della consapevolezza”. Da domenica io e Cristina siamo di nuovo coinquiline. Sono a Roma e stiamo diventando grandi. Sto realizzando cose, ma mi sento ancora un po’ fuori contesto. Roma non mi è mai piaciuta, non è una città che riesco ad amare. Sono felice per quel che mi succede, ma sono frastornata.

Un paio di settimane fa una ragazza è venuta a vedere la mia stanza col soffitto affrescati e appena entrata ha guardato fuori e ha detto “wow, che meraviglia”.

Non so perché i traslochi mi lascino sempre addosso situazioni strane. Chiudere pezzi di vita in una scatola per iniziare a proiettarli altrove è bellissimo, ma parecchio faticoso. La mia cameretta di Perugia, in cui sono successe cose stupende, è diventata bianca e anonima nel giro di poche ore, mentre staccavo foto dal muro e chiedevo ossessivamente a Francesco “tengo o butto?”.

Se fossi stata da sola, probabilmente, avrei pianto di più. Perché ritrovi quella cartolina che credevi di aver gettato via, quel braccialetto che ti ricorda una bella giornata, l’agenda del 2008, il maglione che mettevi sempre e non ti piace più. Perché io adoro guardare al futuro, ma sono inguaribilmente nostalgica e pensare al passato mi fa sempre un po’ commuovere. E perché negli ultimi anni ho traslocato una ventina di volte, e rompere la catena di abitudini legate a una casa è stancante. Ecco. Le abitudini. Lasciarle mi fa sempre un po’ paura.

Questo trasloco, però, è stato diverso. Perché Francesco mi ha aiutato a chiudere gli scatoloni. E Cristina a pulire la mia nuova camera. Non ero sola. C’è stato un solido dialogo tra il prima e il dopo.

E allora ho pensato ai trait d’union, alle persone che restano, ai giri strani che fa la vita e la strana sensazione è un po’ scemata. Mi sono sentita in qualche modo al sicuro.

Anche mentre maledivo il mondo schiacciata a Termini su un vagone della metro A. Anche mentre mi facevo troppe domande. Anche mentre mi mancavano le vecchie abitudini.

Ho capito che la vita di prima è ancora con me; semplicemente, è diventata più bella. Anche se non ho un soffitto affrescato, e la vista dal balcone non mi strappa un “wow, che meraviglia”.

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