Le tessere del puzzle

L’estate, per i bimbi, dura tre mesi. Andavamo a Nola per settimane, ne eravamo persino felici. Martina veniva a stare ogni giorno da noi, arrivava al mattino. Giocavamo  a nascondino, ci facevamo rincorrere dal cane, poi saltavamo sulla panchina, per non farci raggiungere. Andavamo in bicicletta, ci lanciavamo l’acqua sul terrazzo. Alla sera – «zia, altri cinque minuti» – tiravamo fuori i puzzle e facevamo a gara a chi finiva prima.

Era un rito.

Bambi, Pocahontas, il cane e il gatto che ballavano davanti a un jukebox. Ce ne stavamo lì, seduti attorno al tavolo di plastica in mezzo alle scale, dopo aver fatto la doccia, intenti a cercare la tessera perfetta. Io, mio fratello e mia cugina, 24 anni in tre.

«Zia, altri cinque minuti». Martina doveva andare a casa, ma prima voleva finire di ricomporre quell’immagine. Ogni sera, a rotazione, una diversa. Il primo che finisce, domani sceglie il puzzle.

Dovevi incastrare i pezzi, poi – dal nulla- usciva un disegno.

Mi chiedevano, un tempo, «cosa vuoi fare da grande?» e io rispondevo «Lilli Gruber». «Vuoi dire la giornalista, forse…», «No, Lilli Gruber».

A dodici anni avevo il quaderno dei sogni. C’erano scritte tutte le cose che volevo fare. Avevo iniziato due “romanzi” ambientati nella Russia dell’Ottocento. Il quaderno a fiori, il quaderno giallo, il quaderno dei sogni. Abbreviavo comunque in “cmq”. Trame complicatissime. I pezzi del puzzle, mi dicevo, si sarebbero incastrati nel corso dei capitoli.

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A dodici anni mi immaginavo con una vita normale al liceo classico. A quindici anni mi sembrava di poter cancellare qualche riga sul quaderno dei sogni quando prendevo otto alle versioni di latino. Pensavo alla mia vita a 25 anni, mi vedevo in giro per il mondo, con due lauree, “con un vero amore”. Volevo fare la reporter di guerra, parlare arabo, pubblicare dei libri.

A 18 anni pensavo di iscrivermi a filosofia, a Roma. A 19 ero a Bolzano, a studiare le funzioni e a chiedermi “ma chi me lo ha fatto fare”. Non parlo arabo, conosco il tedesco. La me a 15 anni mi direbbe «ma sei seria?».

Non volevo fare l’Erasmus, sono finita in Belgio. Io, che a 15 anni odiavo il francese. Che a 19 leggevo libri quasi solo in francese.

Il 22 luglio 2011 ero seduta col mio primo computer sulle gambe in una cucina a Berlino, tra muri di cartapesta e coinquiline armene pazze. Scoppiò una bomba a Oslo. Restai seduta in cucina perché in camera non prendeva il wi-fi e io dovevo aggiornare la home del giornale online per cui scrivevo. Dovevo uscire e non sono più uscita perché rimasi a seguire la strage di Utøya. Quegli articoli non li trovo neanche più, si sono persi tra aggiornamenti fatti da altri. Li ho cercati ieri sera, appena tornata a casa.

Il 22 luglio ero stravolta. Prima di dormire pensai che mi sarebbe piaciuto così tanto fare la giornalista, ma che forse il mio sogno non si sarebbe mai avverato. Da quel momento, iniziai a vedermi, a 25 anni, in una qualche agenzia dell’Unione Europea. Con una doppia laurea. A cercare un lavoro che si avvicinasse, il più possibile, a quello dei miei sogni. Da sola, con un gatto

Volevo laurearmi a dicembre, non ce l’ho fatta. Ho rimandato a marzo, mi sono impegnata tantissimo con la tesi. Non ho preso il voto che volevo, che forse avrei dovuto prendere. Hanno sbagliato la conversione dei voti dell’Erasmus. Nulla andava come avevo previsto.

In due mesi ho mandato 143 curriculum. Non mi ha risposto nessuno. Sono tornata al marketing, a Berlino. Non scrivevo per nessuno. Una mattina ero triste, ho aperto questo blog.

Vagavo felice, ma perennemente insoddisfatta. A 25 anni mi vedevo a studiare in una qualche università tedesca. Con quella laurea in mano, mi sarei cercata un lavoro decente. Un appartamentino nel verde all’estrema periferia di Berlino. Zona laghi, ma quelli a nord-est. Magari un giorno avrei pubblicato un libro su quando mi ero innamorata, una volta, di Berlino. Sarei stata da sola, con un gatto.

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A volte le tessere del puzzle si incastrano per caso, nel bel mezzo di un capitolo. Trame complicate diventano più semplici.

A 25 anni ero a Perugia, con una laurea sola, con un vero amore; e anche se scrivevo per Quattro Colonne, non certo per il Guardian, anche se non parlavo arabo, solo tre lingue europee, mi sentivo quasi pronta a riprendere in mano il quaderno dei sogni.

Sabato ho scoperto che il TG5 ha 25 anni; è nato nel 1992. Ho realizzato che nel 2017 di anni ne compio 27. Non giro il mondo e non so l’arabo. Non sono riuscita a finire neanche uno dei miei romanzi incompiuti.

Non ho fatto niente, non ho neanche iniziato a lavorare davvero. Ma ieri sera, mentre tornavo a casa su un regionale Roma Termini-Campoleone ho visto l’incastro tra le tessere del puzzle. I pomeriggi a scuola, per i corsi di inglese del Cambridge, la biblioteca di Bolzano, Mathematics for Economics B. Gli scout, la passeggiata a piedi fino al Renon, gli uniparty, i mercatini di Natale. Le camminate sul Talvera, la stanza tetra a Namur. Grünau in un giorno di fine aprile. La Karl Marx Allee in autunno, con le foglie arancioni. Gli asinelli fuori al Bürgerpark Pankow. La Cittadella di Namur e il Parco della Cittadella di Poznan. L’Europa in camper. “Caicocci non si vende”. Anders Breivik. La visita alla FAO e la due giorni a Roma. Il trenino di Saxa Rubra e l’Arca di Noè. Quando a 12 anni andavo con Michela a leggere di nascosto i libri da The Book.

Dovevo solo incastrare i pezzi. Dal nulla è uscito un disegno.

Ieri, mentre tornavo a casa ho cercato i miei articoli del 2011. Ho ringraziato, dentro di me, ogni persona che è stata parte del mio percorso. Anche i ragazzini che alle medie mi prendevano in giro. Anche la commissione che convertì male i miei voti. Anche le armene pazze con  cui vivevo il 22 luglio 2011.

Non ho ancora iniziato nulla, ho miliardi di cose da fare; non parlo arabo, non giro il mondo, non ho scritto libri. Ma vedi, Simona a 5 anni, da ieri sono, almeno sulla carta, ufficialmente collega di Lilli Gruber.

Per una volta non ho pensato a quello che non ho ancora fatto, ma a quello che ho ottenuto finora. Ho completato un buon pezzo di lista di desideri. Ho aggiunto una tessera importante per iniziare a realizzare uno dei miei più grandi sogni. Ora comincia il bello, ma farò di tutto per cercare l’incastro, un capitolo dopo l’altro.

Non mi era mai successo di sentirmi, semplicemente, fiera di me.

Manca ancora il gatto, ma ci posso lavorare.

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3 pensieri su “Le tessere del puzzle

  1. Lo sai, vero, che hai fatto e realizzato – prestissimo! – un mucchio enorme di sogni nuovi? Oltre a quello centrale? Ma proprio un mucchio! MI piace sentirti, ogni tanto!
    Ho avuto una gatta, una sola, nella mia vita, e oltretutto per caso. Ha vissuto con noi diciotto anni. Da quasi cinque anni, sento sempre tanto la sua mancanza.

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