Pendolaria

La stazione di Santa Palomba puzza di un odore strano. Al binario tre non si ferma nessun treno. Passano solo quei vagoni merci di metallo scuro, pesantissimi. Qualche freccia rossa sporadico.

Appena fuori dal parcheggio , a volte, ci sono le prostitute. In pieno giorno. C’è una ragazza bellissima, sudamericana forse, che ogni tanto sale in piedi su una sedia di plastica.

Tra i binari, in mezzo al nulla, crescono dei papaveri. Una volta in Polonia, in mezzo ai binari, abbiamo visto una piantina di pomodoro. Faceva freddo. Passavano i treni. C’era un piccolo pomodoro che resisteva stoicamente.

A fine maggio pioveva sempre e una mattina, a Santa Palomba, mi sono dovuta rifugiare nel sottopassaggio perché grandinava, e tirava vento. Quel giorno in stazione non c’era nessuno. Normalmente incontravo almeno trenta persone, sempre le stesse, più qualche intruso.

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C’era un frate, col breviario. Due ragazze dell’Accademia delle Belle Arti, che ogni tanto si trascinavano dietro quei tubi di cartone, con i loro disegni.

Ho incrociato un paio di volte dei colleghi di lavoro – sempre gli stessi – diretti a Termini. Dovevano prendere un treno per Torino.

I regionali da Nettuno sono puntuali; quelli da Napoli, spesso, si rompono. In quei casi, deviano il traffico sul binario tre che altrimenti, sembra un binario morto.

Mi piacciono le grandi stazioni: assomigliano all’anticamera di un posto pieno di possibilità. Mi piacciono anche se ci sono i treni, i ritardi, gli scioperi, Trenitalia.

L’ultimo giorno del mio stage inauguravano una nuova lounge di lusso sopraelevata. Terrazza Termini. Camerieri-pinguino porgevano menù da vassoi -che parevano- d’argento. In filodiffusione, la voce di Bocelli cantava “Con te partirò”.

Per sessanta, lunghissimi, giorni ho avuto paura di perdere il treno per Cecchina delle 20:28. L’ho perso una volta sola.

Non saprò mai se Marta è riuscita a riconquistare Fabio facendogli le poste fuori dall’ufficio. Elisa era contraria, non voleva che la sua amica spendesse soldi per comprare la maglietta di Florenzi a quell’ex che tanto la faceva soffrire.

Non saprò mai se Alessandro è entrato alla Silvia d’Amico. Se i colleghi di lavoro hanno chiuso quel contratto misterioso.

Non saprò mai se Marco e Giulia hanno passato anatomia. Se la ragazza con i riccioli color rame è diventata assistente alla poltrona.

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I pendolari formano una sorta di grande famiglia, cui tuo malgrado ti affezioni. Ci sono i cuginetti più piccoli che sembrano liceali ma chi sa se lo sono. Lo zio burbero che lavora su quattrocento fogli Excel diversi e lancia occhiatacce se parli al telefono. La nonna distinta con lo chignon e la borsa di coccodrillo. Che te le immagini così, le nonne delle fashion blogger che sfoggiano continuamente la pochette vintage di “my grandma”.

Te le figuri, le loro storie, mentre una voce “si scusa per il disagio”.

A volte mi sembra che quei viaggi siano la cosa che mi manca di più.

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Un pensiero su “Pendolaria

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