Di fine, di inizio

Ci sono frasi che ti cambiano la vita.

“Comici domani”, “Non ti possiamo assumere”, “Ti amo”, “Devi cambiare casa”.  “Con i poteri conferitimi dalla legge la proclamo dottoressa in Economia e Scienze Sociali”. “We very much enjoyed speaking to you and think that you would be a great match for our  team”.

“Con i più vivi complimenti Le comunico che è stato/a ammesso/a a partecipare al dodicesimo Corso biennale 2014-2016 in Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia”. 

Quando entro in una nuova fase vivo in un mix di entusiasmo e paura, che mi fa saltellare in tondo e mi paralizza le gambe. Tutto insieme. Da bambina piangevo sempre per la fine delle cose. Ho pianto all’asilo, alle elementari, in terza media, anche se odiavo tutto. Ho pianto passando dai Lupetti al Reparto, dal Reparto al clan, all’ultima route, durante  i passaggi del primo branco in cui facevo servizio.

Piangevo alla fine dei saggi di danza, alla fine delle vacanze, alla fine dei libri che mi piacevano tanto. Forse ho pianto anche al liceo, non lo ricordo bene. Poi, vorticosamente, ho iniziato a cambiare posti, amici, affetti, stanze, mobili, cose che mi piacevano. Mia madre mi chiedeva “quanto hai pianto dopo la laurea” e non avevo pianto per niente. Mi stavo abituando all’idea che alla fine di ogni fase ne inizia un’altra che può essere più bella. Che la fine è una chiusa doverosa, vuol dire che è ora di impegnarsi in qualcosa di nuovo.

Penso che questo significhi crescere. 

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Quando lessi quella frase che mi cambiò la vita non ebbi tempo di pensare alla fine. Dovevo annullare l’iscrizione al master, fare gli scatoloni, prenotare un volo, cancellare la residenza, sospendere l’abbonamento in palestra, salutare persone, posti, stanze, mobili, cose che mi piacevano, chiudere tutto in una valigia. Cercare casa, raccogliere pacchi, mettere insieme i pezzi.

Mi scese qualche lacrima, in aereo. Avevo tanta paura. Mi sentivo sola, mi chiedevo chi me lo facesse fare. Provare a rincorrere un sogno a cui ormai avevo rinunciato.  Tornare in Italia, contro il parere di tutti. Ricominciare, ma perché? Per un momento mi ero quasi pentita.

Sbarcai a Perugia, a fine settembre, con 15 chili di vestiti in valigia. Il primo ottobre, con sommo orrore, parlavo italiano in modo stentato. Avevo l’istinto di infilare il tedesco in quelle espressioni per me intraducibili. Lo facevo sempre con i miei amici. Mi mancavano.

Poi è iniziato tutto davvero. Era come immergersi in un mondo altro e non avevo tempo di assimilare mancanze. Le lezioni teoriche, le lezioni di vita, la telecamera, imparare a montare. Uscire, i servizi, fare la fila per farseli correggere. Infuriarsi per cose minuscole, passare sopra a cose grandissime. Gente che va, gente che viene.

Superare prove insormontabili, guardarsi indietro, sorridere. Stage eterni, relazioni, esami. Realizzare che stai facendo quello che vorresti fare per sempre. Scoraggiarsi, esaltarsi. Odiare tutti, volere bene a tutti.

Questi due anni, l’ho detto anche a un microfono, sono stati come un viaggio nello spazio. Torni sulla terra e non è cambiato nulla e tu sei cambiato un sacco. O viceversa. Non sono mai riuscita a parlare con nessuno di quello che mi succedeva perché quando lo facevo mi sembrava che gli altri non capissero. Non per davvero.

Mi sembrava di svendere una cosa bellissima. Forse ho sbagliato. 

Ma ho condiviso in modo intenso che più intenso non si può un tot di mesi con venticinque persone.

Non ho avuto tempo di assimilare la fine. C’erano gli esami, dovevamo chiudere il giornale, non sapevo che servizi fare. Non ho cambiato casa, staremo tutti a Roma due mesi, devo studiare per l’esame di stato. E oggi non so perché mi sto rendendo conto di che cosa è finito.

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Un percorso che mi ha reso una persona migliore. Più forte, più consapevole. 

Ho imparato tanto, ho fatto tanto, ho conosciuto persone che mi hanno dato tanto. Mi sono innamorata ad un livello che non credevo fosse possibile. E ora che mi sono fermata un secondo e ho avuto un momento per guardarmi indietro ho realizzato che mi mancherà un po’ tutto: prendere l’autobus, maledire la salita, lottare per un giornale decente, la rassegna stampa, gioire perché la settimana di rassegna stampa è finita, fare la conta dei morti vista la nostra simpatica tendenza a mandare all’altro mondo tutti i protagonisti dei nostri servizi. Mangiare assieme in mensa, fare la fila per il caffé, commentare cose su un gruppo WhatsApp.

Ripetere che in Umbria non succede nulla, immaginare quale potrebbe essere la nuova, mirabolante, fantomatica inchiesta.

Organizzare gite improbabili a Barcellona, fare cose insieme, ridere, divertirsi tantissimo. Litigare, fare pace. Discutere del nulla. Ballare fin che ce n’è a una festa di fine anno. Creare un linguaggio nostro, che nessuno capirà mai.

Tre mesi fa, o forse più, c’era stato l’incontro sulla puntata del format e pensavamo che non ce l’avremmo mai fatta e invece, wow! Ora qualcun altro siederà su quei banchi e io sono tanto fiera di me, di tutti noi, di quanto siamo diventati grandi. 

Vorrei ringraziare per qualcosa ma non so da dove cominciare. Mi sono successe delle cose tanto enormi e tanto meravigliose da non avere più parole. In questi giorni ci siamo fatti odiare da tutti i nostri amici Facebook per aver invaso le loro bacheche di post lacrimosi con 25 tag. Mi ero promessa di non farlo e invece ecco.

Mercoledì ero bloccata alla stazione di Spoleto perché Trenitalia cancella Intercity. Ho provato a raccontare questi due anni alla commessa della tabaccheria. Le ho detto che ho paura ma che non mi sento sola. Che non sono mai stata così tanto felice.

Che non ricordo più perché è iniziato tutto ma che in fondo, dietro a tutto, deve esserci per forza un destino. 

Ci siamo augurate buona fortuna e ci è mancato poco che mi scendesse una lacrima.

Cattura

Un orrido fermo immagine del nostro splendido video di fine biennio. Potevo mettere un selfie a caso ma non avevo le liberatorie e poi non siamo mai tutti.

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3 pensieri su “Di fine, di inizio

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