Don’t throw the baby out with the bathwater

Quanto è triste che non fanno più Blu Notte su una scala da uno a me che penso che non ricordo niente di interi anni della mia vita?

Qualche settimana fa, al cinema, ho visto “Inside out” e ora non riesco a darmi pace perché temo di aver rimosso amici reali e immaginari, spingendoli nel mare magnum del dimenticatoio insieme alle nozioni di diritto dell’Unione Europea.

All’università ho studiato diritto dell’Unione Europea con un professore bravo che non sapeva l’inglese. Ci diceva don’t throw the baby out with the bathwater e i tedeschi lo prendevano in giro – e lo prendevamo in giro anche noi. Invece poi ho scoperto che quest’espressione esiste davvero, ha una pagina di Wikipedia e non è un proverbio siciliano. Viene dal tedesco.

Il fatto che dicesse “don’t throw out the baby with the hot water” , in fondo, è un dettaglio marginale, e io non voglio fare polemica.

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Vorrei dire, invece, che ricordo qualcosa delle mie vacanze in Sicilia, ma non posso, perché ero troppo piccola. Ho solo un flash di mio fratello che si addormenta al ristorante, del cameriere che dice “vi porto altro, oltre a un cuscino?”.

La prima volta che mio fratello mi ha chiamata eravamo in macchina, durante un viaggio, io facevo la scimmia tra i sedili anteriori e lui – in curva- protese le mani verso di me gridando “Nà-nà”.

Mi ha chiamata Nà-nà per mesi, dicono i miei, ma io questo non me lo ricordo. Me li ricordo, i miei, che discutevano in macchina, perché mia madre non voleva chiamare mio fratello Francesco e mio padre diceva “ma è il nome dei nonni ed è pure un bel nome”. “Pier Francesco, piuttosto, ma Francesco no”.

Io volevo si chiamasse Benedetta perché ero convinta che avrei avuto una sorella e invece il ginecologo mi presentò il “sorellino” e io ci pensai al lungo, prima di capire.

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Ricordo come ero vestita il primo giorno delle medie, il primo giorno di liceo, il primo giorno di università, il primo giorno di lavoro. Mi ero messa i tacchi, i pantaloni neri e una camicetta carina.  Erano tutti in sneakers. Non mi alzai dalla sedia neanche per andare in bagno e vinsi la tentazione di chiamare mia madre per dirle che mi vergognavo di prendere quei 600 euro al mese perché io non sarei stata in grado di fare quel lavoro.

Il primo giorno della scuola di giornalismo non riuscivo a parlare bene in italiano. Mi venivano -dico davvero- le parole in tedesco.  Mi sentivo così spaesata che non ho ricordi di quel giorno. E alla fine, se ci penso, è stato l’altro ieri.

Da nostalgica fan del passato vivo la mia vita nel terrore costante di dimenticare le cose. Di cancellare, insieme a un ricordo brutto, dei piccoli elementi che sarebbero bellissimi e che dovrebbero restare dove sono.  Di metter via un particolare senza senso che invece per me è stato tanto importante.

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E allora ho l’ansia, perché com’erano le foglie rosse che calpestavo, per andare a casa, e che facevano un crepitio bellissimo? Che strade ho fatto, per passeggiare, in quel percorso spacca città di cui andavo tanto fiera? Il nome del bar in cui compravo la Fritz-Cola, il piatto indiano che mi piaceva tanto, il mio numero tedesco, che ho usato per due anni…

L’altra sera ho visto un pezzo di un film mediocre in cui il protagonista perdeva la memoria, pezzo dopo pezzo, e diventava una persona nuova.

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A volte penso che non ricordo come era arredata la cucina della mia infanzia e allora mi metto a scrivere, i nomi delle strade, l’eremo dove siamo arrivati camminando in montagna, a luglio. Le serate belle belle che passavamo tra amiche all’università che si stanno fondendo in un collage unico. Quello che pensavo, sulle strade della cittadella. La volta in cui ho pianto, a nove anni, perché rottamavano la macchina.

Ho il terrore di dimenticarmi di quando io e Giulia facevamo la pizza e guardavamo Game of Thrones, perché la trama di Game of Thrones, un po’, l’ho già dimenticata. Ho paura di scordare le cadute in bicicletta, nel giardino della nonna. I traslochi, le case del mare. Gli aerei, gli uffici degli stage.

Ma come posso cancellare quelle volte in cui ero felice, in cui sono cambiata, in cui ridevo sul Talvera? La libreria di Vilnius, vagabondare per le strade. Il cinema all’aperto, le cene collettive. La chiesa blu a Bratislava, gli invitati a un matrimonio che scappavano, mi prendevi in braccio, commentavamo i loro outfit trash. I momenti piccoli, in cui non accade nulla, i gesti, gli sguardi, i titoli di Libero che più ci fanno ridere?

Ma come le scrivi, certe cose, a cosa serve, chiuderle in una foto? Non serve a niente, non si può.

Ricordi base.

(Data base di felicità)

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