Pollice nero – Un post terapeutico

When I was just a little girl, I asked my mother “What will I be?Will I be pretty? Will I be rich?” Here’s what she said to me: “Oddio, c’è un piccione che sta mangiando le foglie della salvia!!”

Fin da quando ero bambina, ho sempre dovuto dividere l’amore di mia madre con mio fratello e con le piante. A casa abbiamo due balconi, che non sono neanche troppo grandi. Probabilmente, un giorno crolleranno. Perché su quei terrazzini trovano posto almeno quaranta di vasi. E c’è un rametto di ulivo che è diventato un alberello. E io sono allergica agli ulivi, tra l’altro.

In principio furono i gerani e le piante aromatiche. Erano lì fuori e in fondo lo ammetto, non facevano male a nessuno. Quando andavamo in vacanza mia madre iniziava a schiavizzare vicini perché potessero annaffiarle le sue creature. Poi andava avanti a lamentarsi per mesi perché secondo lei “il lavoro non era stato svolto al meglio”. Un anno mio padre inventò un sistema di irrigazione che quasi ci spedì in galera, ancorando una bottiglia piena d’acqua con un mini forellino ad ogni pianta, a testa in giù nel terreno. Poche gocce al giorno per due settimane. Un po’ di vento e un po’ di sfiga e magari cade tutto di sotto , in testa ad un passante. Non successe nulla, ma sarebbe stato divertente.

Piano piano le piante iniziarono a colonizzare tutta la casa. Anche gli interni, anche il bagno, anche i mobili più insospettabili. Un geranio uccise la mia gattina. Avevo dieci anni e ho pianto per giorni. Quando iniziammo a restare a casa da soli, ricevevo chiamate in cui mia madre, per prima cosa, si sincerava delle condizioni delle piante.

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Abbiamo fatto le battaglie ai piccioni manco fossimo l’Isis (califfo, mi hai deluso con questa operazione simpatia che in Italia ha fatto colpo solo su  Il Giornale). Abbiamo coltivato per anni erba gatta anche se i miei gatti odiavano l’erba gatta e invece di mangiarla la usavano come tappeto per sdraiarsi.

Adesso persino quel traditore infame di mio fratello si è messo delle piantine in camera. Dice che gliele hanno date agli scout. Ma la cosa non cambia, si è piegato al potere. Non ho più alleati ormai. Ci sono solo io, che le piante le mangio e basta.

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Per reazione condizionata al pollice verde di mia madre, ho coltivato una spiccata tendenza a far schiattare i fiori. Al catechismo ci diedero il grano da coltivare per abbellire il sepolcro al giovedì santo. Il mio era giallo, quello degli altri verde. Avevo nove anni.

A Bolzano Martina e Irene iniziarono a comprare piantine da mettere sul balcone; poi Cristina tornò a casa con una primula. Se andava via due giorni dimenticavo di annaffiarla e vivevo nel terrore che mi avrebbe scoperta. “Come farai quando avrai dei figli?” mi ripete spesso mia madre. I marmocchi piangono se non li sfami, direi che siamo su un altro pianeta.

Le piante no. Se ne stanno lì, in silenzio, a farti sentire in colpa. L’ultimo giorno di lavoro mi regalarono un’orchidea, che riuscii a far sopravvivere per ben 4 mesi. Non so esattamente come accadde il tutto. Io me la scordavo e lei diventava sempre più bella. Poi si è seccata di colpo l’unica settimana in cui le ho dato dell’acqua. I gufi devono avermi scambiata per Matteo.

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Appena giunta a Berlino, Giulia mi coinvolse nell’impresa di “avere tutte le piante aromatiche in un vaso perché è fighissimo, facciamo quelle bio”. Ricordo che andammo insieme in un negozio bellissimo e che lei si mise a parlare tutta spedita con la proprietaria, come fa la cliente del negozio di fiori in una clip dell’archivio immagini pieno di piedi che camminano e buste dei saldi che sono costretta ad usare per montare qualunque servizio sui soldi e sull’inflazione quando finisco le immagini della macchina che stampa banconote da 50 euro.

Ero così ammirata dal tedesco di Giulia che non mi rendevo conto della terribile impresa in cui mi stavo imbarcando. Almeno sette piante, da uccidere in un mese. Ci riuscii benissimo, ovviamente. Il nostro vaso al davanzale divenne un ricettacolo di rami secchi. A Perugia non ho mai provato a fare una cosa del genere.

Ma poi mi è successa una cosa che mi ha fatto dubitare della mia salute mentale  del mio fermo proposito. Poco fa, mentre uno sciopero di forse quindici persone paralizzava Roma, ho riguardato tutta la fotogallery del mio telefono. E ho scoperto che è piena di piante.

Da qualche tempo mi fermo per strada a fare foto ai fiori. Non so se rendo l’idea. Nella desolata stazione di Anagnina, in mezzo a una folla di pendolari inferociti, ho pensato che in fondo potrei anche comprarmi una piantina. Magari un cactus, che è più facile da mantenere.

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Cosa mi sta succedendo? Sto forse guarendo dal mio trauma infantile? Diventerò una di quelle persone che danno retta al cuore e mi iscriverò a una laurea specialistica seguendo il mio istinto? In fondo non sono più la tenera bambina che i giappi rapivano davanti al Colosseo per farsi le foto durante il viaggio di nozze. Ormai compaio nei video dei turisti solo perché tento di fomentarli spiegando loro in inglese che quanto sia scandalosa l’Atac.

Sarà colpa delle foto bucoliche di Angie che conduce i leader del mondo in mezzo ai prati fioriti della Baviera? I mezzi pubblici, il pendolarismo e l’ammmore mi stanno rincitrullendo del tutto? Mi unirò ai testimoni di Geova e comincerò a stirare?

Cattura

In questo momento buio della mia ho bisogno di voi, o rischierò di diventare una piantablogger che crea outfit accostando vasi di colori diversi alle fioriture delle varie stagioni dell’anno. Dite che l’ha già fatto qualcuno?

 

 

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