Un anno fa

Vi ricordate di me, lo scorso anno? Era il 25 aprile, o giù di lì, vivevo ancora a Berlino e me ne ero andata a Pavia per l’esame del Test Daf. Una storia buffissima, perché quell’esame volevo farlo in Germania, ma era stato impossibile e  mi ridussi a vagare in Lombardia per tutto il periodo delle vacanze di Pasqua.

Ero ospite di Irene e passai con lei dei giorni bellissimi. Tornando a casa mi innamorai dell’Italia, su un Intercity troppo lento. Scrissi un post, questo qui, che è uno dei più letti sul mio blog. Ed è forse quello a cui sono più affezionata.

Dicevo, ad un tratto, che volevo andare in Umbria; non sapevo che in sei mesi ci sarei finita a vivere. A quei tempi Perugia non era che un nome, l’inizio della Marcia della Pace, la Città della Domenica e la meta delle gite durante le colonie. Da piccola mi mandavano in colonia con la Telecom e una volta ad un campetto tematico sul tennis. Non avevo mai toccato una racchetta, ma dopo tre settimane di allenamenti mi iscrissi a una scuola a casa mia.

Un anno fa, insomma, cercavo fashion blogger e scrivevo a tutto spiano e controllavo keyword. Ottimizzavo. Camminavo tanto, andavo a cena al ristorante. Frequentavo, con dedizione, una palestra, per vedere le serie tv ed esercitarmi col tedesco. Mandavo candidature per master di ogni tipo e portavo in giro le persone che venivano a trovarmi. Ero sicura, proprio certa, di non riuscire a realizzare i miei sogni; allora mi ero inventata una vita parallela in cui, tutto sommato, ero felice a fasi alterne.

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Andavo al lago, leggevo, mi buttai anima e corpo sullo studio della lingua. Sentivo che l’ufficio mi abbrutiva, provavo a scrivere e a correre, per scappare -ma da cosa?- per non pensare che alla fine un po’ mi stavo accontentando. Mi ero perdutamente, profondamente innamorata di Berlino. Andavo a guardarla anche quando stavo male. E sapevo che non potevo andarmene, che avrei sofferto; dovevo stare lì, ad ogni costo. Mi accontentavo?

Un anno fa- forse anche meno- ero andata con la S-bahn a Köpenick, per visitare il castello. Ero tornata in tram, in mezzo ai palazzoni, ammassi di cemento, di grigio sovietico. C’era il sole, poi pioveva. Due giorni prima avevo mandato la domanda per Perugia ed ero triste. L’asfalto era caldo e io avevo pianto.

Un anno fa- forse anche meno- mi dicevano, a cena, che per fare la giornalista non ci ero tagliata. Che dovevo fare altro, ero un’economista, che lavorare in start up è proprio bellissimo. Ed era bellissimo, ma non era per me.

Mi ero ricordata di quando ero in Belgio e si sposavano William e Kate e i miei coinquilini li guardavano in diretta, come incantati. Quattro energumeni e le principesse -Ma perché li guardate?- Ma perché non capisci? Tu sei nata in un posto dove votate Berlusconi (avevamo Berlusconi!). Tu non hai mai avuto un re.

-Se volessi fare la giornalista saresti in Siria, a vendere servizi alle agenzie. Tu non vuoi fare questo. Ma perché ci provi?- Ma perché non capisci?

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A settembre io Cristina finimmo a Roma, a una piscina borghese. Volevamo nuotare, c’era un caldo infernale.  Le dicevo del mio test, di quanto avessi paura. Si mise a piovere, mangiammo la pizza in un posto minuscolo. Chiacchieravamo coi capelli attaccati agli occhi, le asciugamani in testa. Fingevo di voler restare a Berlino a fare la specialistica, veniva su anche Carlo, due amici di Carlo si sposavano e a lui sembrava incredibile, scriveva per messaggio.

Non vedevo Cristina da luglio, eravamo a Firenze tutte e cinque, le mie amiche. Eravamo sul fiume, due ragazze si picchiavano. La mia casa era allagata, io pensavo sarei stata l’unica a studiare economia. Dovevo andare all’Ikea con Jenny a scegliere i pavimenti, e cercavo di pensare che mi importasse qualcosa dei pavimenti, mentre bevevo Moscow Mule, seduta a terra, in una piazzetta, col vestito lungo e Irene, Silvia e Martina. In Toscana.

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Un anno fa riuscivo a guardare un telegiornale senza rompere le scatole a chi mi stava intorno. Senza dire “l’inquadratura trema, ma questa copertura l’hanno già usata, ma non sa leggere, si dice quattórdici, ma i servizi sui colori delle rose, ma scherziamo?”. Un anno fa non sapevo le parole di Meno male che Silvio c’è e non dicevo “impazzare”. Non avrei memorizzato la colonna sonora dei video dell’Isis, non li avrei mai guardati i video dell’Isis. Non avrei saputo ironizzare su notizie drammatiche.

Un anno fa non conoscevo la metà delle persone che ora sono la mia vita. Un anno fa non mi mancava Berlino. Un anno fa non credevo che la bellezza del presente potesse ripagarmi a pieno per qualunque nostalgia. Un anno fa non ero innamorata. Un anno fa non sapevo che potevo fare davvero quel che volevo fare. Un anno fa non mi sentivo completa. Un anno fa non sarei sopravvissuta due mesi a casa. Un anno fa mi sentivo un fallimento.

Un’ora fa, allo specchio, ho pensato che mai ero stata tanto fiera di me. E ci è voluto tempo, un po’ di coraggio.

Ma adesso credo di essermi un po’ trovata.

(Tranquilli, torno. Con meno parentesi autoreferenziali 😉 )

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