Comme il pleut sur la ville

Dovevamo iscriverci all’esame di tedesco ma non ce lo diceva nessuno. Così passò la data di scadenza e in segreteria si rifiutarono di fare eccezioni. Quella sera, me lo ricordo, scrissi uno status deprimente su Facebook, per lagnarmi della mia condizione di infelice. Cristina pubblicò sul suo profilo cinque versi da “La pioggia nel pineto“. Amavo il dramma più delle cose belle.

Al liceo, quarto anno, mi iscrissi ad un corso sulla poesia del Novecento. Lo teneva un intellettuale locale di quelli che scrivono mille libri tutti uguali, libri su gente che ha vissuto in quei posti che le insegnanti di quei posti ti obbligano a leggere durante le vacanze. Avevamo avuto il compito di greco e io correvo verso la biblioteca ed ero in ritardo. Stringevo il Rocci sotto il piumino, per non farlo bagnare, e arrivai che i miei capelli gocciolavano mentre cercavo un posto dove mettere l’ombrello.

Leggevano D’annunzio, che non mi è mai piaciuto, ma che in quel pomeriggio di pioggia mi sembrava un genio, uno di cui sentire nostalgia, nostalgia di tempi che non avevo vissuto.

su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,

Io, Gabrié, ci avrei messo una virgola dopo schiude. Perché mi piace così. Ma chi sono io per dirti questo?

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.

Una domenica andammo con gli scout a controllare se un sentiero del Parco dei Castelli Romani fosse ancora segnato in maniera adeguata. Cercavamo le rocce con i segni rossi e pioveva, cadevano foglie, rosse, io non respiravo perché avevo il raffreddore e mia madre voleva che stessi a casa e io volevo andare. “Non vi sentite un po’ in una scena del Signore degli Anelli?” Ci diceva Massimiliano. Io camminavo e volevo che finisse ma mi sentivo troppo felice e completa per gioire davvero della fine di quel giorno.

In Inghilterra, quando piove, la gente non apre l’ombrello. Eravamo a Liverpool e cercavamo posti dove suonavano i Beatles e non potevamo entrare da nessuna parte perché non avevamo 21 anni. E c’era una pioggerellina leggera, con la nebbia che saliva e ridevamo scattando foto davanti a una fontana.

Anche in Belgio, quando piove, la gente non apre l’ombrello. Un giorno ero andata a camminare lungo il fiume ed era iniziato a diluviare e mi ero nascosta sotto un ponte tremando di freddo. Le gocce battevano sui tetti grigi e la Mosa era grigia e a me venne in mente la trama per un racconto lungo che devo ancora finire. Quel giorno decisi di farla finita con le idiozie che avevo in mente in quel periodo e scoppiai a piangere così, sotto la pioggia. Mi tolsi la giacca e feci una giravolta sotto l’acqua e in quel momento passarono due bambini che ridevano e correvano sotto la pioggia. Non avevo mai visto bambini tanto allegri, a Namur.

Il giorno in cui tornai a Bolzano da Berlino pioveva. Sentivo gli annunci dei ritardi in italiano e non ci credevo. Avevo una valigia gigante e non sapevo come fare per non farla bagnare. Quando tornai a casa alla fine del mio primo anno avevo la stessa valigia gigante e la sollevai da sola e per la prima volta mi sentii grande e indipendente. Avevo appena compiuto vent’anni e indossavo jeans e una camicia rossa, la stessa che scelsi per salire in aereo e andare a Berlino. Era il 28 giugno. Entrambe le volte.

La scorsa estate passavo giornate a leggere al lago. Avevo un bikini blu e gli occhiali da sole e per prendere il bus mettevo una gonna e una canottiera rossa. Sempre. Talvolta pioveva e restavo ferma a sentire la pioggia sulla pelle nuda, a prendere freddo e sentirmi viva con l’acqua del lago a piccoli cerchi e la città e i rumori attorno a me.

Quando venne a trovarmi Cristina pioveva e andammo a Treptower Park in mezzo alla nebbia. E poi la portai al memoriale dei soldati sovietici e non si vedeva nulla, solo luci imponenti, cipressi, foschia. Parchi giochi abbandonati, palazzi maestosi, piccole gocce, minuscole. Rumori attutiti, in mezzo alla città, ma la città non c’era, c’eravamo noi e le nostre chiacchiere.

Era giugno, faceva caldissimo, atterrarono Martina e Matilde e scoppiò un temporale tremendo.

Era  aprile, all’università di Potsdam,  scappai nella biblioteca di filosofia e rimasi tre ore a guardare le gocce che si scioglievano sul vetro. Mi sembrava potesse iniziare qualcosa di nuovo, non sapevo quanto, a breve, tutto sarebbe stato nuovo. E bellissimo.

Accompagnai Jenny a scegliere le mattonelle della cucina. Passammo una giornata all’Ikea e non comprai nulla perché qualcosa dentro di me si preparava al distacco. Il giorno in cui feci l’esame di ammissione per la scuola di giornalismo il cielo era grigio e stava per piovere. Poche ore prima ero su un belvedere e avevo chiamato mia madre per dirle che era tutto splendido e avrei voluto mandarle una foto.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere;

Le città con il sole si trasformano, dicevano i miei amici tedeschi a Roma mentre li trascinavo per i fori sotto il diluvio.

Ô bruit doux de la pluie
Par terre et sur les toits !

In Inghilterra, quando piove, la gente non apre l’ombrello. In Belgio, quando piove, la gente cammina come se nulla fosse.

Su una panchina, quando piove, c’è gente che ignora la pioggia, come se fosse altrove in un posto dove ormai è scomparsa anche l’acqua.

E in fondo non importa, perché a volte non ti importa nulla. Sei solo completamente e perfettamente felice.

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