Home is where… (the fastest internet is)

La cameretta di quando ero bambina aveva il soffitto cosparso di adesivi a forma di stelle fosforescenti. Suppongo  le avessero attaccate i miei e suppongo di aver pianto segretamente quando le staccarono per riverniciare i muri. Da piccola avevo tantissimi problemi di insonnia, dividevo la stanza con mio fratello e inventavo storie guardando quelle stelle che sorridevano e facevano occhiolini.

La cameretta di quando ero bambina è stata la stessa per più di quindici anni: avevamo un armadio colorato, un divano letto, una scrivania enorme e una portafinestra che dava sul balcone. Si entrava da un corridoio lunghissimo in cui i miei gatti correvano come pazzi. Il salotto era bianco e nero e per qualche strano scherzo del destino, faccio fatica a ricordare la cucina.

Ebbi una stanza tutta per me quando ero già in quinta ginnasio. Nell’anno in cui ristrutturammo casa, l’Italia vinse i mondiali e noi passammo l’estate nel paese dei miei nonni. La mia stanza di casa è piccolina e rettangolare; trabocca di cose che mi appartengono a stento. Ho i libri del periodo giovane intellettuale accanto ai libri di Harry Potter. Nella foto più recente in cui compaio, raggiungo a fatica i 18 anni. Nell’armadio conservo vestiti che non metto più. C’è un cassetto con una quarantina di racconti e bozze di libri di vario genere. C’è un ritratto di una me bambina.

Immagine da zazzle.com

Immagine da zazzle.com

Sono entrata nella mia prima casa a Bolzano il 28 settembre del 2009. Ero così emozionata che non riuscivo a dormire. Sistemai tutte le mie cose e scrissi un biglietto alla mia coinquilina perché avevo paura che non apprezzasse il modo in cui avevo deciso di dividere gli spazi. Dai nostri letti si vedeva lo scorcio di montagna ritratto sul simbolo della Loacker.

C’erano un mucchio di regole assurde, e un paio di sale comuni in cui gruppi di ragazzi africani cucinavano capretti seguendo partite del campionato ghanese. C’erano quasi tutte le mie migliori amiche; le altre vivevano a pochi metri da noi. Non potevamo portare ospiti. Una volta io e Cristina tornammo a casa ubriache e ci togliemmo le scarpe per tirarle in alto, verso le telecamere appese agli angoli di tutti i corridoi. Mangiavo in mensa quasi ogni giorno. Sulla bacheca di fronte alla scrivania, appesi “Il muro del pianto“, un cartello gigante con le frasi tormentone dei vari professori.

A settembre del 2010 ho cambiato studentato e dividevo la stanza insieme Martina; poi sono partita per l’Erasmus e ho vissuto con 13 persone e un solo bagno in una casa di pochi metri quadrati, con la cucina piena di mosche e una finestra coperta da grate. Non potevo andarmene perché per uscire dal contratto dovevo pagare una penale altissima, e perché a Namur non c’erano case per studenti al di fuori dei kot. I kot erano i casermoni in  cui vivevamo in 13 con un bagno solo.

Programmavo le mie giornate al secondo, per stare in casa il meno possibile. Facevo giri enormi lungo il fiume e sulla cittadella. Da qualche mese a questa parte, ho una nostalgia inenarrabile di quel luogo così grigio. Vorrei tornarci e rivedermi, per riascoltare cosa ha da dirmi quel pezzo di me che è rimasto lì.

La mia prima casa a Berlino era un buco diviso in sei stanze da pannelli di compensato comprati all’Ikea. Uno mi cadde in testa di notte, ferendomi sulla fronte, ma non mi accorsi di nulla e continuai a dormire. Le mie coinquiline erano pazze e armene, lavoravano di notte e passavano le giornate a litigare. Scappai dopo dieci giorni, ma ebbi il tempo di conoscere due ragazze austriache dolcissime e di perdermi tra un mucchio di palazzoni sovietici mentre giravo in sandali e pioveva a dirotto. Era il 4 luglio.

Mi trasferii in un giorno di pioggia, con l’aiuto di Rike, nella casa di Barbara, che scriveva la sua tesi di master e si nutriva di pizza surgelata da circa tre settimane. Avevo una cabina armadio, una stanza enorme, pochi mobili e tantissimo spazio per ospitare le mille persone che mi vennero a trovare.

Per arrivare nella strada, si passava accanto ad un palazzo con due gechi giganti dipinti sul muro; al primo piano c’era Molly, una prostituta che riceveva clienti in casa. Accanto a lei, viveva un vecchio poeta, che scriveva tutto il giorno con un gatto tigrato acciambellato sulle ginocchia.

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I miei vicini punk avevano un figlio di pochi mesi coi capelli blu; la coinquilina dopo Barbara lavorava alla Universal, divideva il frigo su scale cromatiche, stava diventando fruttariana e organizzava raduni in camera sua con un santone indiano che parlava di piante felici e altre cose che il mio tedesco del tempo non mi permetteva di capire.

Quando sono tornata a Bolzano, mi sono spostata in una nuova stanza con Cristina e un tot di coinquiline che giravano ciclicamente. Avevamo un  balconcino che era diventato un non luogo, che usavamo per deporre roba improbabile. Irene e Martina vivevano sotto di noi. Spesso Silvia si fermava a dormire e le prestavamo magliette per simulare pigiami.

La mia terza casa berlinese era a Wedding: ci passavo poco tempo, l’ho odiata, mi ha fatto lavorare in modo strano su me stessa. La mia casa con Giulia e Johannes era vicina alla S-bahn e quando uscivo di sera incontravo Alessandro che veniva da Steglitz. Andavamo insieme verso il centro. Avevamo un cestino dell’umido bellissimo e una vicina di casa che sbraitava se facevamo errori con la differenziata. Votava Vendola.

Per arrivare alla mia ultima casa a Berlino prendevo il tram. Mi ritrovavo tra mille villette. Ci scriverei un post a parte, ma ora non riesco perché mi viene da piangere.

Dalla mia stanza a Perugia si vede Assisi. Ci sono foto scattate in luoghi diversi, mentre vivevo in tutte le case. Ho locandine di film raccattate in ogni dove. Cartoline, inviti a serate. Frasi che mi hanno accompagnata. Pezzi di puzzle che combaciano tra loro. A volte li guardo e penso che in quella stanza ci vorrei tutti i miei amici; perché è assurdo non averne nessuno in grado di descrivermi quei dodici mucchi di quattro mura tra cui ho abitato, più o meno a lungo, nel corso del mio quasi primo quarto di secolo.

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Un pensiero su “Home is where… (the fastest internet is)

  1. Anch’io ho vissuto in un sacco di case, tra studentati e affitti. Una decina.
    Non sempre sono state giornate eccezionali, ma è bello quello che hai scritto, vorrei farlo anch’io, per fissare quei momenti indimenticabili e sminuire le giornate buie come fossero state solo un contorno di esperienze meravigliose. 🙂

    Le cose che ho scritto con le lacrime agli occhi, sono le stesse che mi fanno ancora piangere a distanza di anni e che rileggo spesso, per essere ancora un pò lì.

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