Raccontare la realtà per fotogrammi

Perché, in inglese, devo usare il maiuscolo per scrivere “io”?

A volte sbaglio e non so quanto sia grave. Quando firmo, a fine giornata, ho sempre la tentazione di usare il minuscolo.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

Mercoledì ero al cinema e ho visto un film in italiano. Il secondo in due settimane. Non entravo da due anni in un cinema italiano. A fine giugno ho visto – con Sanja e la mia prof di tedesco- Über ich und du, per poi finire a bere birra in un cortile interno che uguale ad un cortile di un altro cinema a Perugia.

Sanjia era un po’ ubriaca.

“Quando ero piccola hanno ucciso mio padre durante uno scontro, in piazza”. In Croazia. C’era la guerra. Sanjiia ha la mia età.

“Per favore, lasciatemi morire in questa trincea”

Quando è morto il nonno di Sanja guardavo L’albero degli zoccoli e non capivo cosa dicevano. Olmi è uno di quei registi capaci di togliermi il fiato. Sul divano di casa, in un cinema minuscolo di Perugia. Cinematografo.

Lo dice anche mia nonna.

Abbiamo parlato della guerra in Jugoslavia durante un’ora di storia. Ho visto foto di Salgado sulla guerra in Jugoslavia.

Ero a Bolzano, sul divano, in F6 a vedere Der Himmel über Berlin.

Il muro di Berlino è caduto 25 anni fa. Il prossimo anno compio un quarto di secolo.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

A volte mi manca Berlino. Tanto. Fa male. Mi fa male perché il ricordo della fine è così amaro che mi viene da piangere. Allora cerco di non pensarci. E ho paura di tornare.

Ho attaccato al muro la locandina di Boyhood del cinema Melies.

Dopo aver visto Boyhood avevo camminato a piedi sulla Prenzlauerallee perché non c’erano più tram – o meglio, c’erano, e non volevo prenderli, per evitare di aspettare tre quarti d’ora. Lacrime calde. Primi venti caldi. Giugno. Berlino, sei bella. Sei ancora più bella in autunno con le foglie arancione aziendapercuilavoravo. Mi manchi e non ho tempo di pensare a te.

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Raccontatemi una storia in 12 fotogrammi.

E mi ero persa, a Mitte, in quelle strade che frequentavo sempre, dove portavo la gente che mi veniva a trovare.

Dietro gli alberi, nascondersi, entrare nei cortili, senza fare rumore.

Eravamo al cinema, quello che è rimasto uguale, come era ai tempi della DDR. Librerie giganti. Palazzoni sovietici. Alberi, foglie arancioni.

“Devi smettere di autosabotarti” mi disse Cristina, mentre piangevo accoccolata su una sedia, nella nostra cucina di Bolzano.

Ho smesso di autosabotarmi e ho cominciato ad essere davvero felice. Esco ogni giorno, prendo l’autobus, mi sento così viva che certe cose sono in secondo piano.

Dovrebbero farci un corso, a tutti, su come si affrontano i rapporti umani. Dovrebbero insegnarci a essere sinceri, tanto sinceri, a non sparire e ad affrontare le cose.

A non ferire, a ferire con garbo.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

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Ci sono i vicoli, le case piccole, i balconcini ritagliati nella pietra. Ci sono gli archi, mi piacciono gli archi.

Era luglio, a Firenze, con le mie amiche. Sono in Italia, non ho avuto il tempo di vedere nessuno.

Nascondersi, per paura del giudizio di persone che dovrebbero tenerselo, quel giudizio.

C’è stato un tempo in cui amavo sentirmi apprezzata da tutti. Quel tempo, da qualche tempo, non c’è più.

-Che bella foto, chi l’ha fatta?

-L’ho fatta io. Ero in Germania.

-Sei stata brava

– È solo un click su una macchina compatta.

Mi sento una bella foto che è frutto di un click su una macchina compatta.

Imparare a vedere la realtà.

Imparare a capire la gente.

Di certe persone afferri la presenza solo una volta che ne soffri l’assenza. Sono importanti ed è troppo tardi.

Facciamo un corso sui rapporti umani. Impariamo a perdere.

Che strano non è cambiato nulla. Perché, doveva cambiare qualcosa?

Camminare tra i vicoli, tra gli stradoni. Casette in pietra. Palazzoni sovietici.

Sentirsi felici.

Ho provato per un anno ad entrare in università e poi ho rinunciato. Non credevo di poter fare quel che sto facendo. Una parte di me ha sempre saputo che tanto poi lo avrei fatto.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

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