Addio, ciao ciao, auf wiedersehen, goodbye (un post rompighiaccio)

Da una settimana a questa parte racconto più volte al giorno di aver studiato a Bolzano. Un professore mi ha fatto i complimenti perché “parlo benissimo l’italiano”. Gli ho confermato che sono italiana, ha sgranato tanto d’occhi e se ne è uscito con un “lei non è altoatesina e ha vissuto in Alto Adige?”. Sarebbe Italia, comunque. Lo ricordo anche ai signori di Uni-Assist che non volevano guardare la mia Bewerbung perché non mi ero laureata fuori dalla Germania. Che poi scusate, al massimo direi che Bolzano è Austria, che c’entra la Germania? Misteri.

E insomma, questa lunghissima premessa serviva per dire che una piccola parte di me è nata spiritualmente nella capanna del nonno di Heidi, con le caprette e la neve all’orizzonte.

La verità è che non ho mai sciato, ma gli scenari montani mi fanno impazzire.

Ci pensavo durante i miei ultimi giorni a Berlino,  mentre nella mia mente rimbombavano le vocine dei sette figli del barone Von Trapp. Ora, so che dovrei vergognarmi a rivelare questo segreto, ma io da bambina ho guardato Tutti insieme appassionatamente un numero di volte che non voglio conteggiare. So tutte le canzoncine a memoria. Ho creduto per anni che Edelweiss fosse l’inno austriaco. La mia concezione massima di divertimento è vagare su un prato vestita di tende ricamate in verde.

E quindi, mentre mi preparavo ad andarmene, continuavo a immaginarmi a capo della fila di ‘sti sette disgraziati, intenta a salutare dall’alto di una scala mentre da sotto il popolo tedesco sventolava fazzoletti cantando “Good byyyyyeeee” con voce straziante.

Comunque.  Non stavo scherzando. Ho detto auf wiedersehen davvero. Me ne sono andata da dieci giorni, forse, e mi sembra sia già passata una vita. Sto vivendo il mio tempo come se fosse fuori dal tempo, col terrore che domani potrebbe arrivare qualcuno a dirmi “dai, le vacanze sono finite, si torna a casa”. Dove casa è Berlino.

L’anno scorso, dopo l’estate, ero certa di dover tornare a Bolzano per ricominciare l’università. E mi svegliavo di notte col terrore di non aver studiato.

Va tutto velocissimo, è tutto bello, anche se a volte googlo “Al Baghdadi, numero” più di una volta al giorno. È bello innervosirsi un po’ se va tutto bene. Va quasi tutto troppo bene. Sono perennemente positiva.

rifiuto

Vivo in un posto pieno di case antiche, vedo la campagna cinque giorni su sette, vedo anche le scie chimichi,  vado a farmi una corsetta quasi tutte le mattine, e guardo la città che si sveglia mentre il cielo perde le venature rosa. Che ci sono ancora, alle sette meno qualcosa. Fa giorno tardissimo.

 

Leggo il Manifesto, e un secondo giornale a giro. Non leggevo il Manifesto da anni.

Stamattina mi sono persa in mezzo ai vicoli e tentavo di capire in che modo gli antichi incastrassero mattoni per farci su i palazzi. C’è un terrazzo che ha appesa fuori una bandiera della Cina. Ho visto un gatto bellissimo affacciato a una finestra. La vecchina della bancarella al mercato mi ha fatto assaggiare tutto quello che aveva sul banco. Le signore salgono in piedi sulle sedie per pulire i vetri.

Non ero fatta per iscrivermi alla newsletter di macroeconomics.org. O di Finanz.de.

Magari tra un po’ mi annoierò, ma ora non ho tempo di farlo. Ci sono duecentomila salite e discese, e mi diverto a percorrerle perché, dicevamo, una parte di me è nata in montagna.

So che tra un mese mi mancherà immensamente Berlino, che avrò crisi di pianto e momenti di panico tipo “non posso più aggiornare il mio blog, non ho più argomenti, non sono più una persona interessante e altre amenità”; quindi ho deciso che con una certa cadenza, vi racconterò di posti bellissimi che adoravo a Berlino.

Qui sul pc ho un miliardo di file pieni di appunti; ne sono gelosissima. Però non so, sento che sarebbe giusto e completo parlare a qualcuno, e quindi a voi, di quella volta che mi ero persa a Grünau e avevo visto una regata. Di quando portai un fiore sulla tomba di Nico, al cimitero di Grunewald. Di quando ero in un posto bruttissimo che non so identificare a Wedding e in un garage suonavano tre signori col violino e il frac. Del sabato pomeriggio a Köpernik.Di quando ero tristissima e salvai un uccellino al Volkspark di Friedrichshain e poi mi sentii felicissima.

Insomma, periodicamente continueremo a blaterare di Berlino. Ma anche di Namur, di Bolzano, di casa mia. Di tutti i posti che chiamo casa. Delle mie considerazioni sociologiche con profondi fondamenti scientificahahahaahahahah. Del perché le commesse di Kiko sono truccate da pagliacci. E degli outfit manifestazioni degli studenti che non si evolvono con gli anni. Insomma, non cambierà nulla. Ma stay tuned, che non si sa mai.

(Sì, ma le foibe?)

P.S. Qualcuno mi legge dalla Russia, rendendomi la persona più realizzata della terra. Palesatevi con qualche mezzo. Tanto affetto!

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