Jump!

La mia prima ultima notte a Berlino la passai in un bar pieno di fumo, con i divani in pelle e i tavolini graffiati. Avevo con me il mio vecchio pc, che mi rubarono su un Frecciargento Roma-Bolzano.

Ordinai una birra, un’altra birra, un succo di mela e un kiba.

Avevo mangiato vietnamita “come Lolle”.

Dovevo prendere un autobus alle 3 di notte.

Al mattina ero stata in quel bar sulla Karl-Marx-Allee, dove avevo mangiato una Kirschtorte gigante mentre un ragazzo leggeva “La Tempesta”. Non volevo vedere nessuno. Volevo essere sola. Il tempo di spedire scatoloni mettendo come mittente una collega che mi prestava l’indirizzo di casa.

La mia, di casa- la casa nel palazzo di Molly e dei punk col bambino dai capelli blu, quella stanza di 30 metri quadri con la cabina armadio- era vuota. Me ne andai lasciando nell’atrio una lampada blu dell’Ikea. C’era scritto “adottami” su un post-it. In quattro lingue.

La mia prima ultima notte a Berlino fu triste e straziante. In Hauptbahnhof non c’era nessuno, solo un signore che andava a Zurigo; mi lasciò vedere dal suo pc il film che stava vedendo anche lui.

In giapponese.

La mia ultima ultima notte a Berlino ho dormito. Senza rendermi conto di cosa stava succedendo. Ho preso l’aereo senza piangere. Ho pianto dopo, a Fiumicino, mentre aspettavo i bagagli e ascoltavo i superstiti del volo da Tunisi delle 15:08, in attesa di valigie da circa quattro ore.

Ho pensato a questo post mentre da Tegel andavo a Osloer Straße. Ero a Kappstraße, e ho pensato che a Kappstraße non c’ero mai stata. Non ricordavo come ero andata  da Rike quando in inverno andai a trovare Rike.

Sono andata a vedere la casa dove vivevo con la pazza, come quella volta che era festa ed ero andata a piedi da Pankow a Wedding.

Ho dormito nella mia casa a Schöneberg. Sono stata a Steglitz ad abmeldarmi nello stesso ufficio in cui mi ero anmeldata.

Ho quasi pianto davanti la cassiera del Netto, l’impiegato della posta, l’impiegato della banca, l’impiegata dell’assicurazione, la segretaria della palestra, la mia personal trainer, la donnina che tentava di rifilarmi barrette dietetiche, il cinesino che telefonava alla fermata del bus, la nonnina della frutteria sulla Florastraße, il Kita con le stelline, la signora nella casa dietro casa mia che aveva un cane bellissimo.

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Ho passato un pomeriggio con Giulia, che avevo incontrato nel suo primo giorno a Berlino. Quello era il suo ultimo giorno a Berlino. Abbiamo parlato in due occasioni, e a me sembrava di conoscerla da sempre.

Sono passata davanti all’ufficio in cui ho passato così tante giornate a distanza di così tanto tempo. Ora in quegli uffici non c’è più il mio ufficio.

La mia Sparkasse è stata spostata nel nuovo centro commerciale. C’è un nuovo centro commerciale, sulla Leipziger Straße.

Ho visto il posto dove lavoravo quando lavoravo per la start up dei trucchi. E il Coffee Fellow. Il negozio che vendeva lo yogurt del tipo che faceva la Bocconi ha chiuso.

Sono stata in un sacco di posti, e non sono stata da nessuna parte. Volevo comprare il libro su Pankow a un euro e cinquanta alla libreria dell’usato e la libreria dell’usato era chiusa. C’erano dei bambini bellissimi.

Mi sono anche connessa da uno späti, per riprovare l’ebbrezza.

Ho lasciato un sacco di cose perché materialmente non ho avuto il tempo di prenderle. E perché credo che il mio subconscio volesse una scusa per tornare subito.

A questo post ci penso da giorni. Volevo scriverlo in lacrime, ma quasi sorrido.

Mi piace avere tanti posti che posso riuscire a chiamare casa. So che a Berlino ci tornerò, ma ho tanta paura che me la possiate rovinare. Non fatelo, vi scongiuro.

Per giorni ho avuto paura di non avere più argomenti per questo blog. Poi mi sono ricordata di quanto spesso viaggerò con Trenitalia.

Della Simona che era in Germania voglio portare quell’ ottimismo e quella sensazione di farcela che mi ha scaldato da sotto le braci anche nei giorni in cui tutto era buio.

La Simona che era in Germania sa che chi vuole può fare davvero quello che ha sempre sognato.

Ci vuole impegno, pazienza. Un po’ di voglia di crederci.  Una maledizione pronta per chi ci dice che fa tutto schifo. Meno paura di tentare. Meno invidia e meno pregiudizi  verso chi ci prova per davvero. E verso chi ce la fa.

Più fiducia nel mondo e meno sconforto. Che il mondo è nostro. E possiamo averlo.

Nel portafogli ho i biglietti di tre città diverse. Tutti dell’ultima settimana. Ho tanta paura degli addii.

Ho un nuovo posto che forse un giorno chiamerò casa.

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3 pensieri su “Jump!

  1. Ho fatto una ricerca per tag. Ho cercato “cambiamenti”.
    Forse cercavo proprio te!
    Grazie per aver scritto quello che pochi hanno il coraggio di scrivere. Di dire.

    “La Simona che era in Germania sa che chi vuole può fare davvero quello che ha sempre sognato.
    Ci vuole impegno, pazienza. Un po’ di voglia di crederci. Una maledizione pronta per chi ci dice che fa tutto schifo. Meno paura di tentare. Meno invidia e meno pregiudizi verso chi ci prova per davvero. E verso chi ce la fa.
    Più fiducia nel mondo e meno sconforto. Che il mondo è nostro. E possiamo averlo”.

    Grazie a te e la Simona per questa positività. L’ho respirata a pieni polmoni.
    Era proprio quello di cui avevo bisogno ora che sono circondata da negatività, della gente che si è arresa ad una quotidianità frustrante e che cerca di attirarmi nel girone degli “accontentati” solo per paura di cambiare. Di osare.

    Ps Berlino dev’essere bellissima, è un posto che vorrei attraversare.

    • Grazie a te per le bellissime parole 🙂 Berlino è splendida, sì, auguro a chiunque di attraversarla… se tutti trovassimo una nostra Berlino e respirassimo certe atmosfere, saremmo infinitamente più felici. In fondo, poi, saltare non è così difficile 🙂

  2. Pingback: Home is where… (the fastest internet is) | Inchiostro Simpatico

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