Una porta, che sbatte

Ero in cucina, di pomeriggio, giocavo con qualcosa seduta al tavolo; ero in cucina, nella mia vecchia casa, quando non avevamo ancora fatto i lavori. Dovevo avere cinque o sei anni. Giocavo con qualcosa, seduta al tavolo bianco, e ad un certo punto si aprì una porta, e delle persone iniziarono a piangere.

“Credo che il signor vicino di casa sia morto”, disse mia madre. Chiamò la signora di sotto per averne la conferma.

Quel giorno, per la prima volta, capii cosa significasse morire. Il signor vicino di casa era malato da anni, e la moglie, che innaffiava i fiori di mia madre quando eravamo in vacanza, gli dava da mangiare sul balcone.

Prima di allora, non riuscivo a cogliere fino in fondo il significato della morte ed è da quel giorno che quando mi sento in colpa, sogno la morte di mio fratello perché, lo dice Freud, il mio subconscio mi punisce per aver desiderato la sua morte quando ero troppo piccola e gelosa e non afferravo il concetto di eternità.

Quando morì un cugino di mio padre, che aveva una figlia che giocava sempre con me, non ero ancora in grado di capire, e chiesi a mia nonna cosa dovessi dirle quando sarebbe venuta a giocare con me.

Per me la morte è una porta che sbatte, delle persone che piangono. Per me la morte è un telefono che squilla. Sono talmente terrorizzata dall’associazione morte/telefono che odio i telefoni, e non chiamo mai la gente dopo le cinque perché le chiamate di sera, le chiamate di sera mi fanno paura.

Mia madre, spesso, si ferma a leggere i manifesti di morte nel paesello, perché conosce tante persone anziane. Dove ci sono i manifesti di morte, sotto casa mia, ci trovi sempre dei vecchietti, che leggono e ripetono come una filastrocca “chi sa chi è il prossimo”.

Da quando vivo lontano ho il terrore dei telefoni che squillano di sera. Ho paura di sapere, di immaginare, della solitudine.

Delle coincidenze che ti lasciano lontano, di quei chilometri, di voler correre e non riuscire comunque. La mia mente si è messa a creare immagini senza sosta. La mia mente talvolta mi imbroglia e mi dice “è lontano, non è vero, ci penseremo dopo”.

Ricorda un cancello che si apre, un cancello su cui hanno appena appeso un manifesto, e qualcuno, dal palazzo di fronte, che attraversa la strada per fare le condoglianze. Ricorda vortici neri, parole confuse.

Affrontare certe cose, da lontano e in solitudine, non riesce a darti la misura del distacco. E resti così, in un limbo di vortici, di odori e rumori, di cose nere. Di ricordi che scottano, di porte che sbattono. Di telefoni che squillano.

Di pianti per chi non c’è più, di pianti per chi resta. Di lacrime per un dolore, un dolore forte, ancora più forte per qualcuno che amo, che soffre ancora più di me. Non sono abbastanza per contenere tutto. La mente mi inganna e mi allontana.

E sullo sfondo non c’è nulla, solo una porta che sbatte.

Stavo seduta su una panchina, a piangere e ad ascoltare piangere, al telefono. Qualcuno, su un palo, ha lasciato un foglio giallo, di quelli che appendono a Berlino. Das universum liebt dich und hilft dir.

Andrà meglio.

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