Ma dove credi di andare

Gli ultimi giorni di questa settimana mi sono guizzati tra le dita con una velocità e un’indolenza che normalmente non mi appartengono. Tutto è stato dolce, pigro, senza scossoni, lento eppure rapidissimo, perché oggi è già domenica e a me sembra ieri che scrivevo post sui marmocchi teutonici e invece era mercoledì.

Il cielo è stranissimo, fa tanto caldo. Il sole appare e scompare, lasciando il posto, talvolta, a una pioggerellina annoiata che mi ricorda il Belgio. Penso tantissimo al Belgio, perché ho ritrovato un racconto cominciato a Namur e non vedevo l’ora di finirlo, però non so, è come se mi mancasse l’ispirazione, come se il ricordo fosse troppo sbiadito e non suonasse autentico.

Eppure le ho fatte, quelle passeggiate sulla Cittadella, ci sono stata a prendere la cioccolata prima di partire, sotto un acquazzone, con una valigia gigante e la commessa che diceva ” vous êtes bien chargée mademoiselle”. Devo tornare a Namur.

Ieri pomeriggio ho fatto un giro a Neukölln, cercando un negozio vintage che dicevano era bello e che a me non è piaciuto; poi ho camminato a caso e ad un certo punto, davanti ai miei occhi, si è materializzata una mappa del quartiere, in un groviglio di strade ordinate che non avevo mai capito.

E io, che per più di un anno seguivo chi ci abitava e mi perdevo, ho colto neanche so come i segreti topografici di Neukölln (che cosa c’era da capire non lo so) e ho scovato certe connessioni che mi hanno fatta sentire onnipotente. Quindi ho percorso tutte le strade più volte, ho cercato di perdermi, e invece le avevo imparate; poi sono arrivata a piedi fino ad Alexanderplatz e ho pensato che se ora mi date una cartina di Berlino con due punti segnati a caso, so individuare ed effettuare il percorso anche senza l’aiuto dei mezzi pubblici.

Quando ero piccola il centro di Roma mi sembrava un insieme di piccole isole che non sapevo collegare tra loro; anche con Berlino ho avuto la stessa impressione, e poi pian piano il muro e caduto e ora le strade hanno pochi segreti. Me le sento strette, e avrei voglia di andare. Poi guardo un film, compare un immagine di Berlino e mi viene da piangere come se non ci fossi più. Ne sento nostalgia senza mai essermene andata.

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Credits to Kelley Bozarth

In questa settimana estremamente zen,in cui mi sono sentita come non mai vicino all’equilibrio, ho avuto nostalgia di un momento preciso. Era febbraio, c’era una sessione d’esame, e stavo studiando con Irene ai tavoli grandi vicino ai finestroni della biblioteca che davano su quella che era piazza Sernesi; poi venne a chiamarci Cristina per bere un caffé , tornammo a studiare, andammo a fare un giro per negozi senza comprare niente. Mi ricordai però di uno dei miei primi giorni a Bolzano, quando mi accorsi che sdraiata sul letto vedevo le montagne incorniciate dalla finestra.

Ripensando a quel giorno di febbraio ho provato una fitta al cuore che non riesco a spiegarmi, e che ha reso ancora più dolce il mio stato di ostinata atarassia.

Ho nostalgia di un giorno in cui non è successo nulla.

Stamattina sono andata al Weißensee, e mentre ero in costume sulla mia asciugamano, una signora mi ha chiesto se fosse possibile fare il bagno. Ho letto almeno 130 pagine in poco più di due ore; 130 pagine in tedesco, per me, sono un sacco di parole. Poi ha cominciato a piovere, e sono rimasta immobile a sentire il contrasto tra le gocce fredde sulla schiena nuda e la pelle calda sotto un sole troppo bianco.

Tre bambine guardavano il cerbiatto che guarda il mondo triste da una grande gabbia; quando ha iniziato a piovere, è come rinvenuto, correndo forsennato in quel minuscolo spazio che per lui è un universo.

“Ma dove credi di andare?” ha detto una delle piccole; e per un breve, assurdo momento, ho avuto l’impressione che parlasse con me.

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