I due minuti d’odio

Nel primo servizio di telegiornale che ricordo chiaramente, un gruppo di persone bruciava e calpestava la bandiera americana; suppongo fossero Iracheni, o una cosa così. Una parte di me era terrorizzata, l’altra pensava a quanto sarebbe stato divertente sfogare la rabbia in quel modo. Con il passare degli anni, in verità, il mio istinto di giovane piromane è andato scemando, lasciando il posto a un’anima da wannabe cinica sensibile che non sopporta la  visione del nonno coi baffi che abbraccia la copia della coppa del mondo sul sei/sette a zero di Germania-Brasile.

Talvolta però, la gente si impegna più del solito e trasforma la mia bacheca di Facebook in un’autobotte di materiale altamente infiammabile. In quei giorni devo mettere i fiammiferi sotto chiave, fissare il pensiero sulla mia casa berlinese allagata (ah, giusto, la mia casa di Berlino a quanto pare si è allagata) e scacciare dalla mente l’immagine di me che fisso il mondo con la stessa faccia di Fred  sommerso dai fischi durante Germania-Brasile.

E così si diventa tristi, si urla addosso a ignari passanti colpevoli di camminare troppo piano, si suona il clacson al povero neopatentato che non riesce a partire appena scatta il verde al semaforo, si ignora categoricamente il vecchietto cui si dovrebbe cedere il posto. Una cosa brutta, bruttissima, che potremmo facilmente evitare con un semplice e geniale espediente: i due minuti d’odio.

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Nella società del Grande Fratello c’è un allarme che suona ogni giorno richiamando i cittadini in piazza; per due minuti vengono mostrate le immagini  di Emmanuel Goldstein e tutti sono liberi di scagliare oggetti, urlare, battere i piedi, piangere finché quei magici 120 secondi non giungono al termine. Immaginate di aver appena avuto una giornata no; partecipando ai due minuti d’odio smetteremmo tutti di prendercela col tizio che ci sta davanti alle casse del supermercato, e approcceremmo la vita in modo più lucido e razionale. Invece di inveire contro il governo sugli autobus, potremmo dare fuoco a cose che si possono odiare legittimamente, tipo le lauree di certi personaggi, la sceneggiatura del finale di How I met your mother, le stampe dei post sulle scie chimiche, i libri di Alfonso Luigi Marra e via dicendo. Come migliorerebbero i nostri rapporti sociali mettendo in atto questa semplice e mirabile pratica dionisiaca!

Non disponendo ancora di tali valvole di sfogo, ho deciso di usare il mio pezzo di web per i miei personalissimi two minutes hate. Per due lunghi, interminabili minuti, scaglierò la mia ira contro tutto ciò che nel mondo mi innervosisce.

E vi dirò che odio Benigni, odio il fatto che sapesse fare film fino al giorno in cui ha vinto l’Oscar, odio che si sia fatto detestare dalla sottoscritta leggendo Dante e la Costituzione Italiana nei teatri e nei programmi di Saviano. Odio la sua voce, odio coloro che tentano di imitarlo, non sopporto i suoi monologhi su Berlusconi e detesto il suo personaggio in To rome with Love. Odio To Rome with Love. Odio Woody Allen che ha ambientato a Roma il più brutto film ever. Odio il motivo che lo ha spinto a scegliere la tizia dei Cesaroni tra i protagonisti, escludendo ingiustamente Totti, De Rossi e gli ultras della Lazio.

Odio la gente convinta che Tonio Cartonio sia morto di overdose. Odio chi sostiene che Sonia di Super 3 sia morta di overdose. Odio Michele Santoro e Marco Travaglio che hanno lanciato sulla scena una serie di sgallettate spacciandole per giornaliste. Odio la puntata con ospite Berlusconi condotta da Santoro, che mi ha fatto inserire Santoro in cima alla mia lista personale di proscritti. Odio che tutti odino Silla, perché le liste di proscrizione sono una delle più grandi trovate della storia dell’uomo.

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Odio le vecchie in palestra che credono che l’armadietto X sia il loro armadietto personale. Odio la confezione di spinaci della Igloo da tre porzioni, perché con quelle tre porzioni ci mangio da sola. Odio la gente che va in bicicletta in luoghi in cui non ci sono le piste ciclabili.

Odio i ciclisti che rubano spazio ai pedoni sui marciapiedi. Odio i ciclisti che si piazzano a due all’ora al centro della carreggiata. Odio i ciclisti in quanto categoria umana protagonista di uno dei più grandi dilemmi della teoria dei giochi (mi dopo o faccio l’onesto?). Odio una serie di dipendenti della Libera Università di Bolzano.

Odio la tizia che mi ha chiesto se il mio racconto che le avevo fatto leggere fosse di Baricco (tizia, estinguiti). Odio essere così politically correct, odio vivere tra i tedeschi e diventare sempre più politically correct. Odio la voce che annuncia i ritardi di Trenitalia. Odio Flavia, la bambina cessa che parla coi Freccia Rossa. Odio la gente che va in giro con la pancia di fuori.Odio coloro che studiano alla London School of Economics e non se lo meritano. Odio i laureati in lettere che non sanno scrivere in italiano. Odio gli italiani che vivono in Germania e non sanno il tedesco.

Odio, DETESTO gli hipster e spero il terreno si possa spaccare inghiottendoli per sempre nella più grande catastrofe selettiva dell’universo. Odio chi va in vacanza in posti splendidi e perde tempo a farsi selfie con le tazze di Starbucks. Odio Starbucks. Odio chi ne vorrebbe uno in Italia. Odio i macarons, odio la gente che li fotografa e li posta su tutti i social media. Odio chi va a Milano, crede di stare a New York, e crea l’album “Sushi, shopping, moda ❤ ❤ ❤ “.

Odio che i miei due minuti d’odio siano diventati cinque. Odio dover tralasciare il mio odio per Easy Jet, per le persone che non hanno realizzato i propri sogni e vogliono affossare quelli altrui, per la tesi in self-branding di Raffaele Sollecito, per la laurea honoris causa a Vasco Rossi.

I minuti d’odio però devono restare pochi, perché solo così ci si sfoga davvero. Parlando troppo delle cose che odiamo diventiamo aggressivi davvero, tipo Wanna Marchi alle televendite. Quindi ora faccio la brava e torno a sognare un mondo governato da me, in cui nessuno si è ancora iscritto a  scienze della pasta della pizza. Voi intanto mettete in pratica i due minuti d’odio, così ci sentiamo più buoni e da domani torniamo a sorriderci.

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