Distanze

Un giorno le mamme ci dissero che potevamo iniziare a tornare a casa da soli. Finivamo la scuola, ci attardavamo a chiacchierare con tutti, poi ci muovevamo insieme, a ranghi compatti. Prima salutavamo Francesco, che abitava a metà strada; poi io e Roberto andavamo ancora avanti. Vivevamo a pochi metri di distanza. La mia scuola elementare era appena sopra il mio asilo, che a sua volta sovrastava la mia scuola media.

Quando andai al liceo, misi cinque chilometri tra la nuova me e la mia vecchia vita; mi sembrava di rinascere, di cominciare a respirare. Di far sparire di un colpo quei tre anni orribili, quel periodo chiamato scuola media che aveva distrutto le mie certezze, quanto di più bello c’era prima.

A quindici anni credevo di essere strana, con quel mio modo di sentirmi stretta; a diciotto sapevo che c’erano tante altre persone come me e dovevo solo cercarle.

Così me ne sono andata, con le mie paure e i miei entusiasmi; con una consapevolezza diversa. Con delle certezze che l’università di Bolzano avrebbe raso al suolo, per farmi costruire delle altre certezze partendo da zero.

Alla presentazione del mio corso di laurea ci dissero che dovevamo andare in Erasmus; io non volevo andare in Erasmus, io ero già lontana. Poi ho cambiato idea.

Ho fatto il viaggio per il Belgio ad occhi chiusi, sognando un mondo che poi non c’è stato. Il primo giorno vagavo lungo il fiume in preda all’entusiasmo. Mi sentivo la febbre, vedevo tutto a tinte vive in quella grigia domenica piena di tetti grigi.

Sono atterrata a Berlino per la prima volta in un giorno di febbraio. Non capivo nulla. Ho passato cinque giorni a non capire nulla e a sentirmi a casa. Lontana da quella branda che mi faceva da letto, coccolata con il calore di una casa vera e di una famiglia vera, ho ritrovato una forza che non credevo più di avere.

Ho scelto Berlino per fare pace con l’estero, per vivere 5 mesi in perenne stato di flagrancy. Sono tornata, due anni dopo, a cercare quella me in perenne stato di flagrancy. Non sono emigrata perché l’Italia non mi piace. Non sono emigrata per il lavoro. Potrei essere qui come potrei essere ovunque. Sono qui perché mi sentivo incompleta, e in questa città mi sembrava di essermi avvicinata alla completezza come mai nella mia vita.

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Credits to Tirza van Dijk

Mi sono accostata nuovamente alla bellezza di Berlino, in silenzio, piena di gratitudine. Mi sono accostata alla bellezza di Berlino con amore. Sapevo che imparare il tedesco era il più bel gesto d’amore che potessi fare. Così l’ho fatto, ho provato a farlo. E l’ho amata, di un amore quasi malato.

Io non so niente dell’amore. Sono un’illetterata. Una volta credevo di essermi innamorata, ma ora so che non lo ero. Spesso ho degli slanci. Spesso faccio cose, cose belle. Ma è perché quelle cose mi piacciono, perché sono un’esteta, che trae piacere dal bello, dagli slanci, dal romanticismo, dai sentimenti forti, dall’idea di sentirsi viva. Dal dolore. L’ho capito in questi giorni. E ne sono rimasta sconcertata.

Qualche mese fa ho visto La Vie d’Adèle da sola in un cinema piccolissimo con i divani; una ragazza accanto a me piangeva disperata sulla scena del bar. Io ero impassibile. “Io non sarò mai in grado di amare qualcuno così”, ha detto. “Io devo scrivere”, ho detto. Se no sono finita. Se no divento Adèle. Devo scrivere tanto, non darmi tregua, battere sui tasti finché non mi faranno male i polpastrelli. Devo tirare fuori queste storie che mi stanno soffocando. Devo scrivere ovunque. Sugli scontrini, sui volantini della pubblicità. Come una disperata. Come se stessi affogando e solo così potessi salvarmi.

Sono atterrata a Berlino in un giorno di febbraio. Sono tornata a Berlino lo scorso aprile, cercando una me del passato e trovando cose che mai mi sarei aspettata di trovare.

Una volta Anita ha scritto questa cosa bellissima sullo spezzettarsi.

Io mi sento spezzettata quando vorrei dire alle mie amiche di Bolzano “ehi, ma hai visto che è successo a tizio/a” e mi rendo conto che tizio/a ha fatto il liceo con me e che loro non hanno idea di chi sia. Fa parte di una vita in cui loro, le mie amiche più care, non erano parte della mia vita. A volte vorrei confrontarmi con altre persone senza dover raccontare chi ero, chi sono diventata, chi vorrei diventare. Vorrei che mi conoscessero, vorrei che mi avessero conosciuta anche quando avevo i capelli biondi, il caschetto, dieci chili in più.

Vorrei sapessero come sono ora, vorrei sapessero come ero a Namur.

Vorrei sapere chi sono. Vorrei poter essere in modo diverso. Non so in che modo vorrei essere. Vorrei separarmi da certe storie che mi sono raccontata. Vorrei farlo davvero, ma mi fa troppo male. Ho passato una vita a costruire distanze. Ora è notte e non riesco a dormire. Ho paura di star dimenticando chi era la bambina che un giorno si entusiasmò all’idea di poter finalmente tornare a casa da sola dopo la scuola.

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3 pensieri su “Distanze

  1. “Potrei essere qui come potrei essere ovunque. Sono qui perché mi sentivo incompleta, e in questa città mi sembrava di essermi avvicinata alla completezza come mai nella mia vita”

    è una sensazione frizzantemente familiare. Mi piacerebbe sapere se hai qualche indizio del perché questa illuminazione non avviene più sulla via di damasco, ma in questa città che anche io ho la fortuna di vivere.

    • continuerò a leggere i fascicoli di queste indagini allora. Non potranno che essere materiale utile per questa improvvisata e interessante ricerca tesi che mi sta portando avanti.

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