Andare al cinema da soli e piangere

Il mio curriculum di giovincella intellettuale ha avuto per anni una macchia ormai indelebile, che cerco di nascondere con scarsi risultati; nata in provincia, cresciuta con un computer condiviso solo nelle ore serali e nei week end, condannata ai tristi palinsesti della televisione italiana, mi ritrovavo spesso a constatare la mia profonda ignoranza in campo cinematografico.

Gli unici film di cui potessi vantarmi erano i polpettoni in russo sottotitolati che mandavano in onda alle due di notte su Rai3; ho guardato almeno una volta tutti i kolossal hollywoodiani, e credo potrei recitare senza problemi la parte di Licia in Quo Vadis?. Se ero da mio nonno, subivo obbediente i western e le ennesime repliche di “Totò, Peppino e la Malafemmina” fingendo vivissimo interesse. A pensarci bene, conoscevo a menadito anche un discreto numero di super classici piuttosto datati; eppure l’idea di andare al cinema mi atterriva profondamente. A Genzano c’erano ben due sale cinematografiche, ma Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è stato il film di maggior rilievo per cui ho pagato un biglietto.

Da brave adolescenti provinciali, sceglievamo esclusivamente cose profondissime come I love shopping, Notte prima degli esami, roba di Muccino che ho francamente rimosso, film ambientati nei licei romani con sceneggiature sempre uguali; il multisala di Frascati era La Mecca dove magari riuscivi a vedere persino Il diavolo veste Prada, o lo strano caso di Benjamin Button, il massimo della qualità cui potessimo aspirare.

Insomma, a diciassette anni avevo letto Les Misérables, Guerra e Pace, Ulisse e i sette libri della ricerca del tempo perduto, approcciavo senza paura Le deuxième sexe, ma il film più serio che mi avesse mai sfiorata era La stanza del figlio di Nanni Moretti. Andare al cinema, per me era un’attività sociale, una cosa da fare per non restare a casa al sabato sera e per non offendere gli altri, un sacrificio necessario sull’altare dell’amicizia. I film belli si vedevano altrove, di certo non al cinema.

Poi venne il Capitol, un posticino adorabile, che con la sua programmazione mi rivelò che “bambina mia, l’industria cinematografica distribuisce ancora prodotti di qualità, anche negli anni dieci”. Senza passare per il Capitol, non sarei mai diventata azionista di punta dell’ Höfekino e degli York Kinos berlinesi. Dopo anni, sono riuscita finalmente a spogliare l’idea di andare al cinema della sua antica valenza sociale, e a trovare accettabili le mie serate in solitaria davanti allo schermo. Adesso, quando voglio davvero vedere un film con tutte le mie forze, ci vado a prescindere da sola, perché solo così riesco a gustarmelo pienamente, con tutte le sue sfumature, le mie riflessioni, con tutto il mio mondo e con tutte le lacrime che mi fa versare.

Parentesi: guardando film io piango. Quasi sempre. La cosa buffa è che i film che in teoria fanno piangere mi lasciano impassibile, quelli che lasciano gli altri impassibili mi fanno piegare in due dai singhiozzi.  Qualche sera fa ho deciso di farmi finalmente il mio regalo di compleanno e godermi Boyhood in solitaria; aspetto di vedere Boyhood da quando una vecchia maledetta mi strappò l’ultimo biglietto disponibile alla Berlinale.

Boyhood

Mi sono seduta insieme ad un’altra ventina di pazzi, ed è finita per l’ennesima volta con me spalmata in lacrime su due poltrone, e gli sconosciuti compagni di avventura intenti a passarmi fazzoletti. Cosa mi ha fatto piangere? Non so spiegarvelo nemmeno io. Più o meno tutto, credo. La nostra infanzia. La fila per comprare i libri di Harry Potter, le litigate per decidere chi lo avrebbe letto prima. Obama candidato, io che pensavo che avrebbe cambiato il mondo. I pantaloni a zampa che indossa Samantha. Il campeggio. Le dinamiche da liceo.

L’entusiasmo carico di terrore che si prova poco prima di cominciare l’università in una città lontana. La mamma che piange quando te ne vai di casa. Mio padre che scoppia in lacrime mentre siamo in una libreria a Lipsia, perché non era solo l’università, ora sei grande e non tornerai davvero più a vivere a casa. La stanza dello studentato che è uguale alla mia prima stanza in studentato al Rainerum, con quelle due scrivanie attaccate l’una accanto all’altra, la cucina in camera e tu che arrivi e ti fai mille problemi sul lato da scegliere, perché se poi al coinquilino non va bene?

Chris Martin che canta Yellow mentre Mason guarda il cielo, e io che guardavo il cielo sdraiata sul balcone tentando di prendere il sole e ascoltando Yellow. Io, Silvia e Cristina in cucina che commentiamo la festa della sera prima e ci blocchiamo sugli acuti di Somebody that I used to know. Io che piango con I’ll be around e il cuore spezzato.

Boyhood è un insieme di persone che cresce sotto ai tuoi occhi. Dodici anni condensati in tre ore di film.  Linklater ha fatto una cosa semplicissima, splendida e geniale, una di quelle che cose “ma perché nessuno ci ha mai pensato prima” che ti rapiscono e non possono fare altro che rapirti. Girare un film in dodici anni, chiamare ogni dodici mesi gli attori per girare tante piccole scene da montare insieme per mostrarle al pubblico dodici anni dopo è poesia pura.

Mi piace pensare che l’entusiasmo della signora che spiega a Mason e Smantha perché voterà Obama sia l’entusiasmo vero di chi nel 2007 non sapeva ancora cosa sarebbe successo dopo. Un sentimento autentico, pieno di speranze, che non potremmo mai rendere altrettanto bene a posteriori.

Mason è il mio fratellino che cresce, che ieri mi tirava i pupazzi, che oggi mi offre spontaneamente il pezzo di pizza per cui un tempo avremmo litigato. L’omino di un  metro e novantotto che ti abbraccia mentre piangi nel giorno della laurea, e tu ti chiedi come è successo, l’altro ieri eravamo nella nostra cameretta, avevamo le stelle fosforescenti attaccate al soffitto e dicevamo “Gesù, fai finta che abbiamo pregato” perché non volevamo dire le preghiere. Mason è il mio fratellino che diventa grande senza che io me ne accorga; Mason è me che ho 24 anni, e non so come sia potuto accadere.

Visti i miei precedenti, io ammetto di non saper parlare di cinema. Commento i film con dei profondissimi “mi è piaciuto, non mi è piaciuto, se questo non la smette de fa film misogini lo vado a prende a casa” (ciao Lars!). A livello tecnico, quindi, non so dirvi nulla di Boyhood. Però è bello, lo dice anche la critica. Lo pensano quelli che se ne intendono; è magico.

E dovrebbero imporre anche ai cinema di provincia di trasmettere cose tanto belle.

Quindi vedetelo. E piangete. Sorridendo.

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