Hic sunt leones

Qualche anno fa, proprio in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani. Mia madre era in ospedale perché dovevo nascere io e i dottori erano spesso irreperibili perché guardavano le partite. Io me li immagino troppo, i dottori dell’ospedale di Genzano che fingono di lavorare mentre tifano per tizio o caio. E mi immagino anche i padri di sfortunate bambine cui venne dato nome “Italia” in onore del grande evento; perché vi giuro, io di Italie ne ho conosciute almeno tre o quattro, nate più o meno nei miei stessi giorni. E se ci penso, smetto immediatamente di maledire i miei per avermi imposto la volgare imitazione italiana del nome francese che vorrei dare a una mia eventuale figlia sorella di Alfredo. Ma sto divagando.

Dicevamo che qualche anno fa, in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani: secondo wikipedia, quei mondiali li ha vinti la Germania Ovest. Non capisco bene il perché, in fondo il muro era già crollato. In fondo tanti altri siti dicono che li ha vinti la Germania e basta. Però mi fa stranissimo pensare che all’inizio della mia giovane vita si potesse nutrire ancora questo amletico dubbio; soprattutto sapendo che oggi, qualche anno dopo, sono seduta sul letto in Germania a leggere le offerte speciali per le nuove pizze create da Yellow Pizza in occasione del mondiale.

Per festeggiare insieme le vittorie teutoniche, si può ordinare una margherita con petto di pollo, cipolle, salame, formaggio greco e salsa barbeque. Volendo, a parte, si può aggiungere un po’ di burro. Ci sta bene. Lo dicono sul serio, eh! Tifare Germania deve essere un impegno totalizzante che coinvolga anche l’apparato digerente. Perché i tedeschi tifano un sacco, da tedeschi, ma tifano. L’altro giorno sono uscita da scuola e sono entrata da Rossmann a comprare lo shampoo e il commesso di Rossmann si affacciava ogni due per tre in direzione del bar di fronte per chiedere se la Germania avesse segnato.

E sul tram non c’era nessuno perché chi sa, magari vedevano tutti la partita. Di una Germania sola, che ha per capitale una Berlino sola che attraverso da est a ovest tutti i giorni per andare a scuola.

Per me a Berlino ovest ovest c’è poco e niente. Da Zoologischer Garten in poi troviamo Tezenis, Messe Nord ICC (steigen bitte hier um), la casa del mio amico Alberto, le strade in cui passano gli autobus TXL che dell’aeroporto di Tegel ti portano ad Alexanderplatz. Ora c’è anche la mia scuola. E basta.

Magari dovrei recarmi per una seconda volta nella vita a Charlottenburg. Ma l’ultima volta che ci ho provato sono finita a Spandau. Bel mercatino di Natale, cittadella sfigatissima ma per me c’è solo una cittadella ed è a Namur. Ho detto una cosa carina di Namur. Internatami. Sarà colpa dell’idea del burro sulla pizza.

49_mappa_anticaSe dovessi disegnare una piantina di Berlino, su quei quartieri lì ci piazzerei un bel “hic sunt leones“. Nel 2006, durante una lezione di latino, la Petrucci ci aveva fatto una testa così su quell’hic sunt leones. Era l’anno in cui vincemmo i mondiali, e sono i mondiali che mi ricordo meglio. Stavamo da mia nonna, a Nola, faceva caldissimo e passavo ore sul terrazzo con Francesco e Martina. Prendevamo il sole e ci tiravamo addosso l’acqua. La sera della vittoria, vidi tre ambulanze girare per le strade adibite a carro per trasportare tifosi festanti con le bandiere.

Dei mondiali prima ricordo solo Totti che sputò in faccia a un altro giocatore; le giapponesi avevano dei ventagli con la faccia di Del Piero e l’arbitro Moreno occupò per un pezzo le nostre cronache.

L’edizione francese del ’98 la collego alla canzone di Ricki Martin (che ai tempi si pensava fosse etero), al concetto del Golden goal che non riuscivo ad afferrare e alle partite trasmesse dal bar della spiaggia di Torremozza, in Puglia. C’erano Maura e Gloria; spesso durante il match giocavamo a biliardino.

Sabato sera ho visto con Martina, Matilde e Jenny la partita dell’Italia alla Kulturbrauerei. C’era un pezzo della mia nuova vita e un pezzo della mia vecchia vita sulla stessa panchina. C’erano echi di partite viste al Lido, al Museion, al Cà de Bezzi. Il mondiale di Waka Waka con la prima sessione estiva e la gente che voleva organizzare coreografie in biblioteca.

Era tutto nuovo, divertente e bellissimo. Estate al lido, estate a Berlino, estate a bruco, l’estate che mi sembra non ci sia stata, estate non so dove sarò. Non lo so davvero. Voglio la giacca corallo di Angela Merkel in Germania-Portogallo per poter sopportare più stoicamente l’incertezza. Poi sono sicura che il mondo mi sorriderà.

 

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