Lilli faceva la Bocconi

Alla storia del principe azzurro io ci ho creduto solo quando ero piccolissima.

Tutto quel biondo, quella perfezione, quella bellezza mi insospettivano. Da brava bambina di città mi chiedevo dove si potesse infilare un cavallo bianco in casa. In salotto non ci stava. E io a trasferirmi in campagna non ci pensavo proprio. E non ci penso neanche oggi.

Al massimo mi potrei prendere una villa sul Wannsee. Ma non so se ci voglio un cavallo. Bianco poi. Non se ne parla proprio.

Il principe azzurro era inutile per definizione. Cosa fa il principe azzurro nelle favole? Compare alla fine e salva la principessa. Insegna alle bambine che se te ne stai seduta buona buona e aspetti, un giorno arriva colui che ti salva e che ti fa diventare una regina.

Per secoli ci hanno detto sposati uno, così fai i soldi. Oggi lo vuole fare la Pascale e le diamo dell’arrampicatrice sociale. Quanta ipocrisia, gente.

Io al principe azzurro non ci credevo, ma ho avuto altri miti che mi hanno rovinato la vita.

In principio fu Robin Hood. No, dai, come facevi a non innamorarti di Robin Hood? Del rappresentante di istituto che si batte contro l’ennesima riforma della scuola. Del tipo che frequenta i centri sociali. Dell’uomo, che nel tuo immaginario, ruba ai ricchi per dare ai poveri. Io ho avuto cotte per un sacco di Robin Hood e ne vado tanto fiera.

Poi c’è Peter Pan. Anche qui, le parole si sprecano. La sbandata per la gente che non vuole crescere l’abbiamo presa tutte. Ma sono così carini, così creativi, così confusi. Ma la loro testa ha undici anni. Ha sempre undici anni. Come Harry Potter.

E poi c’è il Vagabondo. E Romeo. Ecco, al Vagabondo personalmente preferisco Romeo. Che è più rude e più figo.

Quello che ci affascina dei vagabondi è questo.

Il concetto dell’inarrivabile. E la sensazione di onnipotenza con cui, in caso di successo, potresti sbattere il risultato in faccia a tutte le gilde del mondo. Un discorso orribile questo del trofeo, però la parte più cinica di me dice che è vero.

Ora, cosa faceva il buon Walt dopo averci presentato questo bel campionario di uomini da cui stare alla larga? Ci diceva “bambine non fatelo a casa?”. No! Millantava che, se fossimo state delle brave borghesi, avremmo ricondotto tutti i vagabondi, i robin hood e i peter pan  (no okay, almeno qui per fortuna si è accorto che era una causa senza speranza) in seno alla borghesia.

Prendiamo Lilli. Lilli faceva di sicuro la Bocconi. E Duchessa? Lei era a Sciences Po. Poi l’aveva lasciata diventando una ragazza madre e si era trasformata nella mamma che nessun bambino vorrebbe avere. Poteva lei rubarmi Romeo? A quanto pare sì, lo ha fatto.

Gli ha fatto mettere il papillon. A ROMEO!

Fosse stata una ragazza madre tipo Lorelai Gilmore l’avrei accettato di buon grado, ma Duchessa, ragazzi!

E Robin, poverino? Robin, nella vita vera, si porta Lady Marian a vivere nella foresta. E nel cartone dove vanno a vivere? A corte.

No, ma bravi.

Venitemi a dire che il problema è il principe azzurro. Al principe azzurro ci credevano le bambine degli anni Cinquanta. A quelle della mia generazione Walt ha imposto il mito del vagabondo redento. E della borghesia che salva. E delle donne custodi della borghesia. E io non lo perdonerò mai.

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