Come sopravvivere a un ritardo aereo e raccontarlo

Questo post dovevo scriverlo due giorni fa, ma poi non ho avuto accesso al computer. Per vostra immensa fortuna però, ho preso un sacco di appunti sull’agenda, quindi potrete sapere comunque nel dettaglio ciò che accade all’aeroporto di Schönefeld quando un aereo ritarda. Perché sì, mercoledì sera il mio stupido volo prenotato su quel sito con la grafica brutta arancione e pagato un patrimonio ha ritardato di due ore e mezza. Ed è stato mortale.

Mortale perché all’aeroporto di Schönefeld  non c’è NIENTE. E con niente intendo che davvero c’è solo un duty free sfigatissimo, un posto che vende a prezzi maggiorati prodotti pseudo tipici, un Burger King, un pub orrendo e caro come il fuoco e un finto posto bio dove devi vendere il rene per pagare una banana. Un tempo di attesa prolungato in un luogo così vuoto e noioso implica necessariamente uno stress che non è facile descrivere. Specie se ci si trova circondati dai personaggi improbabili che sono soliti infestare gli aerei di tutto il mondo.

La vocina che annuncia il ritardo è fastidiosa. E manco si scusa. Da gente così persino Trenitalia può ancora imparare qualcosa. I tedeschi se la prendono col governo Merkel. Gli italiani pure. Poi i primi vanno a comprarsi un mezzo litro di Berliner Pilsner a tre euro e cinquanta, i secondi cominciano a vagare ininterrottamente borbottando maledizioni e facendo cose rumorose.

La sottoscritta ha avuto la brillante idea di portarsi al seguito un libro di favole in tedesco. Quello dei fratelli Grimm. Non lo so perché l’ho fatto, non chiedetemelo. Sta di fatto che, non appena lo apro, un bambino biondo mi si piazza di fronte e comincia a fissarmi insistentemente. “Lo sai, io ho 5 anni e so leggere” “Ah, figo, che bravo” “C’è scritto Kinder und Hausmärchen” “Sì, c’è scritto così” “Posso leggertene una?” La risposta sarebbe no, ma il fanciullino mi ha già strappato il libro di mano sillabando la prefazione. Sorrido ai genitori mormorando un “Kein Problem” mentre li maledico mentalmente. Fisso il parcheggio interno dell’aeroporto, inizio a pensare che ho già avuto la mia dose di fastidio giornaliera e posso finalmente cominciare ad attendere in pace.

Ma è allora che gli infanti italici decidono di mostrarmi la loro capacità di angosciare il prossimo peggio di come farebbe qualunque bimbo teutonico; una quattrenne col faccino impertinente ripete con cadenza regolare “babbo, me la hompri la hoha hola?”. Perché si sa, quando i bambini toscani fanno i capricci, reclamano qualcosa che non sanno pronunciare. E  usano il verbo “hompare”, che io mi chiedo, è necessario?

Intanto i due allegri beoni accanto a me iniziano a discutere dell’inizio dei mondiali. Si uniscono dei ragazzi con degli zaini che non passeranno mai come bagagli a mano e neanche io so come finiscono per litigare. Voglio una birra anche io, ma prima di comprarla dovrei recuperare il mio libro, ancora in mano al bimbetto che dà spettacolo. Alla fine della terza pagina gli chiedo gentilmente se può restituirmelo e comincia a piangere. La mamma lo rimprovera, lui smette immediatamente di frignare e inizia a rotolarsi per terra.

Compro la mia birra felice e mi appresto a rilassarmi quando di fronte mi trovo LEI. Lei è la signora che fa il sondaggio tra i passeggeri per migliorare l’aeroporto. Da Natale a oggi quel sondaggio l’ho fatto sette volte. Ogni singola volta le spiego che l’ho fatto sette volte, e lei mi dice “ti prego ti prego, nessuno parla tedesco e devo portare i risultati per un numero minimo di interviste”. Le chiedo se vuole abbassare ulteriormente la media dell’aeroporto con un’altra bella sfilza di votacci, mi dice di sì, non è un problema. Rispondo alle venti domande che ormai conosco a memoria mentre la piccola indemoniata reclama hoha hola.

Il ritardo nel frattempo è aumentato, e tra i quattro corridoi sfigati dell’edificio inizia uno struscio che manco il lungomare di Napoli nelle sere d’estate; un gruppo di signore si trucca coi campioncini di Chanel al duty free. Branchi di affamati vagano tra i quattro punti vendita disponibili per decidere da chi farsi spennare. I videolesi giocano a farmville sui tablet e i più coraggiosi si barbonizzano sulle panchine e iniziano a dormire. Alle dieci di sera, quando in Germania c’è ancora luce. Sulle panchine dure dell’aeroporto di Schönefeld. Coi bagagli incustoditi.Imparo a memoria i prezzi del posto che vende roba pseudo tipica.

Esploro un angolino nascosto e trovo una macchinetta che potrebbe erogarmi un Magnum con le mandorle per soli due euro e venti. Per un secondo ho la tentazione di usare quei due euro e venti per comprare una hoha hola e far cessare i pianti della figlia del demonio MA compro un gelato. E me ne pento. La bimbetta ora piange. Il su’ babbo si è messo le cuffie e non la sente. No, ma bravo lui. Piange anche un neonato avvolto in una copertina dell’AS Roma.

Torna la signora e mi ripete con nonchalance uno “sprechen Sie Deutsch?” La fulmino con lo sguardo, e risparmio l’ennesima sfilza di cinque ai servizi di ristorazione dell’aeroporto. Sono le 11 e annunciano il gate. La gente corre. Che te corri, stiamo qua da due ore, mo come minimo ci aspettano. Gli zaini dei tizi appassionati di calcio non sono bagagli a mano. Urla, strepiti, 300 euro per la compagnia col sito arancione dalla grafica brutta.

Nelle retrovie, intanto, è nato un amore tra una danese in Erasmus a Berlino e un tizio che studia a Dresda. Mi passa davanti una bambina che sorseggia coca cola con le lacrime agli occhi e il bebé di giallorosso vestito che urla come vitello in procinto di essere sgozzato.

Fanno storie a un tipo per il permesso di soggiorno. Non so cosa ne è stato di lui, perché a quel punto ci intimano di attraversare a piedi la pista per raggiungere il velivolo. Le hostess ci odiano tutti, e urlano in italiano addosso a dei poveri tedeschi spauriti che non capiscono. Ovviamente sono sul posto dell’uscita di emergenza. Se cade l’aereo e io non apro la porta, mi porto tutti i passeggeri sulla coscienza. Mancano solo due ore all’atterraggio. E poi si muore.

 

 

 

 

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