DIY: il calendario del telegiornale-l’anno solare in 15 servizi

Ah, il logorio della vita moderna. Cambiano le stagioni, cambiano i governi, se avete un po’ di sfortuna, cambiano pure i nomi delle strade. Ma dove sono finite le care vecchie certezze? Dio è morto, Nietzsche è morto, ora come minimo mi verranno a dire che è morto pure Marx. Quando torniamo stanchi alle nostre dimore vorremmo solo sentirci dire che andrà tutto bene, e invece no, c’è la guerra, c’è la crisi, c’è la Juve che continua a vincere e nessuno che protesta… Per fortuna, ci sono anche dei sommi benefattori chiamati telegiornali, che riescono a farci riscoprire il fascino delle grandi certezze, ricordandoci sempre in che periodo dell’anno siamo. Perché sì, a volte ce ne dimentichiamo. Non credete sia giusto celebrarli finalmente insieme? Prendete un cartoncino, della colla a stick e le vostre forbici con la punta arrotondata, create un bel prospetto con la grafica che più vi piace e mostrate con orgoglio a tutti i vostri amici uno splendido ed esclusivo calendario del telegiornale!

1 gennaio: i buoni propositi.

Ogni anno, migliaia di italiani provano a smettere di fumare; ogni anno migliaia di italiani si iscrivono in palestra; ogni anno, migliaia di italiani si mettono a dieta, promettono di fare viaggi, sognano di imparare lingue, di risparmiare soldi, di fare carriera… però falliscono miseramente. Permettendo ai telegiornali di riproporre ogni dodici mesi lo stesso servizio; secondo la leggenda, si va avanti così da quando non c’erano ancora cantieri sulla Salerno-Reggio Calabria. Secondo la leggenda si andrà avanti così fin quando non ci sarà più un singolo cantiere sulla Salerno-Reggio Calabria.

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Andare al cinema da soli e piangere

Il mio curriculum di giovincella intellettuale ha avuto per anni una macchia ormai indelebile, che cerco di nascondere con scarsi risultati; nata in provincia, cresciuta con un computer condiviso solo nelle ore serali e nei week end, condannata ai tristi palinsesti della televisione italiana, mi ritrovavo spesso a constatare la mia profonda ignoranza in campo cinematografico.

Gli unici film di cui potessi vantarmi erano i polpettoni in russo sottotitolati che mandavano in onda alle due di notte su Rai3; ho guardato almeno una volta tutti i kolossal hollywoodiani, e credo potrei recitare senza problemi la parte di Licia in Quo Vadis?. Se ero da mio nonno, subivo obbediente i western e le ennesime repliche di “Totò, Peppino e la Malafemmina” fingendo vivissimo interesse. A pensarci bene, conoscevo a menadito anche un discreto numero di super classici piuttosto datati; eppure l’idea di andare al cinema mi atterriva profondamente. A Genzano c’erano ben due sale cinematografiche, ma Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è stato il film di maggior rilievo per cui ho pagato un biglietto.

Da brave adolescenti provinciali, sceglievamo esclusivamente cose profondissime come I love shopping, Notte prima degli esami, roba di Muccino che ho francamente rimosso, film ambientati nei licei romani con sceneggiature sempre uguali; il multisala di Frascati era La Mecca dove magari riuscivi a vedere persino Il diavolo veste Prada, o lo strano caso di Benjamin Button, il massimo della qualità cui potessimo aspirare.

Insomma, a diciassette anni avevo letto Les Misérables, Guerra e Pace, Ulisse e i sette libri della ricerca del tempo perduto, approcciavo senza paura Le deuxième sexe, ma il film più serio che mi avesse mai sfiorata era La stanza del figlio di Nanni Moretti. Andare al cinema, per me era un’attività sociale, una cosa da fare per non restare a casa al sabato sera e per non offendere gli altri, un sacrificio necessario sull’altare dell’amicizia. I film belli si vedevano altrove, di certo non al cinema.

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Drammi toponomastici

Una sera sono tornata dall’Italia e ho scoperto che la strada che attraverso ogni giorno per andare in centro aveva cambiato nome. Dico davvero, non sto scherzando. Là dove c’era Berliner Straße ora c’è una città  Tino Schwierzina Straße. La cosa non sembra turbare la BVG, che continua a chiamare la fermata del tram Berliner Straße/ Wiesenstraße. Il che genera una confusione tremenda, perché senti la vocina irritante che ti annuncia il vecchio nome, leggi il cartello con il vecchio nome ma poi c’è una riga gigante rossa che lo cancella e introduce (scritto minuscolo perché se no non c’entra) una Tino Schwierzina Straße nuova di zecca che onestamente mi disturba.

Perché l’avete fatto? Chi è Tino Schwierzina? Perché hanno permesso a dei genitori che chiamano il figlio Tino Schwierzina di continuare ad esercitare la patria potestà? Perché intitoli una strada a uno che è stato così sfigato da essere eletto sindaco di Berlino Est pochi mesi prima che cadesse il muro e venisse eliminata la figura del sindaco di Berlino Est? Cosa sarebbe, un premio di consolazione? Non potevate mettergli un bell’epitaffio sulla tomba, aggiungendo qualche riga in più alla sua miserissima pagina di Wikipedia?

Non si fa, ragazzi, non si fa. Cioè, mettiamo che io domani torno a casa, voglio andare a via Lenin e scopro che via Lenin non c’è più (sì, a Genzano abbiamo via Lenin, problemi?). Come la mettiamo? Cosa faccio? Chi risolve la mia tragedia personale? In un mondo in cui crolla ogni certezza non potete mettervi a cambiare anche i nomi delle strade. I cartelli sono importanti. Secondo voi perché gli altoatesini si scannano da dieci anni per i cartelli bilingue? Perché sono pazzi? (sì)

Quando schiatta uno che in vita era importante, il comune non vede l’ora di intitolargli una strada. Io mi vedo già la scena di Durni che crepa, Scanzi che scrive “era solare, era vero, era pazzo” dal suo blog sul Fatto Quotidiano e il sindaco di Bolzano che trasforma i portici in Via Louis Durnwalder. Che paura. Che mondo triste.

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Hic sunt leones

Qualche anno fa, proprio in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani. Mia madre era in ospedale perché dovevo nascere io e i dottori erano spesso irreperibili perché guardavano le partite. Io me li immagino troppo, i dottori dell’ospedale di Genzano che fingono di lavorare mentre tifano per tizio o caio. E mi immagino anche i padri di sfortunate bambine cui venne dato nome “Italia” in onore del grande evento; perché vi giuro, io di Italie ne ho conosciute almeno tre o quattro, nate più o meno nei miei stessi giorni. E se ci penso, smetto immediatamente di maledire i miei per avermi imposto la volgare imitazione italiana del nome francese che vorrei dare a una mia eventuale figlia sorella di Alfredo. Ma sto divagando.

Dicevamo che qualche anno fa, in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani: secondo wikipedia, quei mondiali li ha vinti la Germania Ovest. Non capisco bene il perché, in fondo il muro era già crollato. In fondo tanti altri siti dicono che li ha vinti la Germania e basta. Però mi fa stranissimo pensare che all’inizio della mia giovane vita si potesse nutrire ancora questo amletico dubbio; soprattutto sapendo che oggi, qualche anno dopo, sono seduta sul letto in Germania a leggere le offerte speciali per le nuove pizze create da Yellow Pizza in occasione del mondiale.

Per festeggiare insieme le vittorie teutoniche, si può ordinare una margherita con petto di pollo, cipolle, salame, formaggio greco e salsa barbeque. Volendo, a parte, si può aggiungere un po’ di burro. Ci sta bene. Lo dicono sul serio, eh! Tifare Germania deve essere un impegno totalizzante che coinvolga anche l’apparato digerente. Perché i tedeschi tifano un sacco, da tedeschi, ma tifano. L’altro giorno sono uscita da scuola e sono entrata da Rossmann a comprare lo shampoo e il commesso di Rossmann si affacciava ogni due per tre in direzione del bar di fronte per chiedere se la Germania avesse segnato.

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Lilli faceva la Bocconi

Alla storia del principe azzurro io ci ho creduto solo quando ero piccolissima.

Tutto quel biondo, quella perfezione, quella bellezza mi insospettivano. Da brava bambina di città mi chiedevo dove si potesse infilare un cavallo bianco in casa. In salotto non ci stava. E io a trasferirmi in campagna non ci pensavo proprio. E non ci penso neanche oggi.

Al massimo mi potrei prendere una villa sul Wannsee. Ma non so se ci voglio un cavallo. Bianco poi. Non se ne parla proprio.

Il principe azzurro era inutile per definizione. Cosa fa il principe azzurro nelle favole? Compare alla fine e salva la principessa. Insegna alle bambine che se te ne stai seduta buona buona e aspetti, un giorno arriva colui che ti salva e che ti fa diventare una regina.

Per secoli ci hanno detto sposati uno, così fai i soldi. Oggi lo vuole fare la Pascale e le diamo dell’arrampicatrice sociale. Quanta ipocrisia, gente.

Io al principe azzurro non ci credevo, ma ho avuto altri miti che mi hanno rovinato la vita.

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Come sopravvivere a un ritardo aereo e raccontarlo

Questo post dovevo scriverlo due giorni fa, ma poi non ho avuto accesso al computer. Per vostra immensa fortuna però, ho preso un sacco di appunti sull’agenda, quindi potrete sapere comunque nel dettaglio ciò che accade all’aeroporto di Schönefeld quando un aereo ritarda. Perché sì, mercoledì sera il mio stupido volo prenotato su quel sito con la grafica brutta arancione e pagato un patrimonio ha ritardato di due ore e mezza. Ed è stato mortale.

Mortale perché all’aeroporto di Schönefeld  non c’è NIENTE. E con niente intendo che davvero c’è solo un duty free sfigatissimo, un posto che vende a prezzi maggiorati prodotti pseudo tipici, un Burger King, un pub orrendo e caro come il fuoco e un finto posto bio dove devi vendere il rene per pagare una banana. Un tempo di attesa prolungato in un luogo così vuoto e noioso implica necessariamente uno stress che non è facile descrivere. Specie se ci si trova circondati dai personaggi improbabili che sono soliti infestare gli aerei di tutto il mondo.

La vocina che annuncia il ritardo è fastidiosa. E manco si scusa. Da gente così persino Trenitalia può ancora imparare qualcosa. I tedeschi se la prendono col governo Merkel. Gli italiani pure. Poi i primi vanno a comprarsi un mezzo litro di Berliner Pilsner a tre euro e cinquanta, i secondi cominciano a vagare ininterrottamente borbottando maledizioni e facendo cose rumorose.

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Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui tirocini in startup a Berlino e che non avete mai osato chiedere (puntata 2)

(Un post che avevo dimenticato tra le bozze. Perdonate il momento D’Addio: se ve la siete persa trovate la prima puntata qui. Non è neanche troppo rilevante, ma leggetevela se avete tempo. Baci baci!)

Il mondo delle start up berlinesi è vasto e variegato. Ora, io non posso certo permettermi di dichiararmi un’esperta, e parlare con cognizione di causa delle singole situazioni. Senza vestire i panni di Manzoni narratore onniscente, posso tracciare però a linee generali un profilo comune a diverse aziende. Mi baso su quello che ho visto, e su quello che ho sentito dire. E pari funzioni più o meno così

La start-up è una repubblica fondata sullo stage (=manovalanza a basso costo)

Sei un giovane imprenditore, hai in mente un bel progetto, vuoi farlo fruttare

a) Cerchi di formare gente competente, che trascini l’azienda sulla via della grandezza

b) Ti circondi dei tuoi amici più cari, cui regali stipendi da paura, e vai avanti a stagisti/dipendenti a contratto non troppo pagati, che dopo un tot ovviamente cambieranno, stufi del trattamento.

So che volete rispondermi, ma il vostro parere è inutile ai fini di questo post, perché la start up sceglie la b. Si ma che senso ha formare qualcuno e poi mandarlo via? Non ci è dato saperlo. Si, ma i soldi ce li hai, ma assumere qualcun altro? No. Sì, ma qualcuno potrebbe fare carriera. No! Io appoggio Elsa, e mi schiero contro i contratti a tempo indeterminato a tutti i costi. Ma insomma, avere qualche assunto in più non è certo una vergogna.  E avere qualche assunto in più che merita di stare dove sta sarebbe auspicabile (vedi punto 2)

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