Pareti e ricordi

Giovedì, alla stazione di Pankow, ho incontrato Eleni; o almeno, mi sembra si chiamasse Eleni. Ma era lei. Ci eravamo conosciute quest’estate in una piccola casa sulla Breite Straße, con una stanza piena di mobili in legno e una cucina minuscola con le lucine di Natale. Abbiamo parlato una mezz’ora scarsa, giusto il tempo di capire che eravamo un po’ agli antipodi. Ma ricordo benissimo quel pomeriggio di luglio, il suo vestito viola con i fiori rossi, e la finestra con la stella di Natale da cui si vedeva il Bürgerpark Pankow. Ho deciso di farci un giro, perché non ci vado mai.

Giovedì era festa, il cielo era grigio, ma c’erano tantissimi bambini che giocavano nei prati; c’erano anche un sacco di cani, e si rincorrevano. I ciliegi non erano più in fiore, ma nel piccolo portico con le sedie bianche c’erano le rose rosse e un gruppo di vecchietti che fissavano il vuoto. Un ragazzo leggeva il giornale.

Dal ponticello alla fine del Bürgerpark Pankow si vede un prato, il fiume e una specie di fattoria con due asinelli; giovedì dei ragazzini si erano tolti le scarpe per bagnare i piedi nel fiume. Faceva freddo, era grigio, e la scena sembrava estremamente poetica. Una bambina sedeva concentrata e raccoglieva margherite.

Ho camminato per dei vicoli pieni di palazzi rosa e bianchi, antichi ed eleganti. Ho camminato senza incontrare nessuno, poi sono finita sulla Florastraße. La frutteria della signora che mi ha spiegato cosa è il quark era chiusa. Ma c’erano diversi bar aperti, vuoti e un po’ malinconici. Il giorno in cui avevo visto la casa di Eleni c’era la festa di Florastraße, con una valanga di fanciulli biondi che vendevano limonate. Come nei film americani. Quel giorno c’era un palco su cui ballavano delle ragazze che frequentano la scuola di danza con le tende rosse all’entrata del  Bürgerpark Pankow; ballavano il valzer dei fiori di Tchaikovsky con dei tutù lunghi sui toni del verde scuro.

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Ho visto i bei palazzi declinare nelle case meno belle sulla Wollankstraße; tra gli späti, i kiosk con i kebab, le macchine che si rincorrono mentre si sfocia verso Wedding; ho letto i cognomi sui citofoni, ho comprato una Fritz Cola e gelato con lo sguardo i tredicenni turchi che fischiano al passaggio di ogni essere di sesso femminile. Ho camminato ancora, sulla Osloer Straße, tra le traverse della  Osloer Straße, verso la casa in cui ho vissuto per quelle tre settimane di inferno dell’aprile 2013. Sono arrivata di fronte al palazzo col murales di Goku, e al mio civico, a quello che era il mio civico, il portone era aperto. Ho mosso qualche passo nel cortile interno, come avevo fatto per venti lunghissimi giorni. C’era la signora turca che stendeva i panni, e i sei bambini che giocavano e urlavano sempre. Al quinto piano, la finestra che al posto di una tenda aveva un lenzuolo. La mia finestra, aperta su un materasso vecchio che fungeva da letto in una stanza vuota senza mobili. Anzi, semi ammobiliata, come diceva WG Gesucht. Perché se vogliamo, anche una lampada dell’Ikea è un mobile. Non c’era internet, non avevo abbastanza luce, non dormivo mai e la mia coinquilina era pazza.

Certe sere non avevo voglia di tornare a casa, di annoiarmi, di vedere lei e il suo amante sessantenne con la faccia cattiva; allora camminavo, di notte, da sola. Entravo nei bar e chiedevo una birra. Mi sedevo nella lavanderia a gettoni aperta 24 ore e guardavo la gente. Una volta volevo affittare un dvd, ma non avendo ancora fatto l’Anmeldung, non potevano darmi la tessera. Allora tornavo tutte le sere, leggevo le trame dei film, e immaginavo come potessero essere. A volte uscivo dall’ufficio e scendevo a Gesundbrunnen, perché sapere che la mia casa era ad almeno mezz’ora di cammino mi faceva bene. Entravo da H&M e provavo vestiti assurdi, perché avevo bisogno di sentirmi frivola. Poi stazionavo nell’internet point coi turchi che urlavano su Skype; compravo qualcosa di pronto, perché non avevo una vera cucina. Mi sedevo sulla panchina di fronte agli Anonyme Alkoholiker inventandomi delle storie per coloro che uscivano da quella porta grigia. Ero impaurita e piena di speranza. Che tenerezza.

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Oggi sono andata a Matternstraße a vedere il palazzo dei gechi, a leggere i nomi sul campanello della mia casa di tre anni fa; il primo giorno, per il trasloco, avevo sbagliato strada, ero con Rike e avevo una valigia pesante. Ed ero felice di scappare da una casa con le pareti di compensato in cui vivevo con sette armene perfide che si facevano la ceretta di notte. Adesso a Matternstraße non c’è più lo studio di Molly con le lucine rosse. Non c’è nemmeno il Poeta, il signore che passava le giornate a scrivere al computer. Magari hanno chiuso anche il finto centro sociale, e nessuno spaccia per le scale. E i punk con i capelli azzurri si saranno trasferiti e avranno lasciato casa a una coppia di borghesi biondi con tanti bambini. Non c’era neanche più il cortile semi occupato in cui una volta ero finita a sentire una conferenza di certi rastoni sulla dittatura cubana. Avevo discusso con un tizio di Fidel Castro e poi il tizio mi aveva baciata. Forse quel posto c’è ancora, ma io non l’ho trovato.

Mentre passavo vicino alla libreria dove avevo sentito declamare Shakespeare mentre mangiavo Kirschtorte nel mio primo ultimo giorno a Berlino, ho pensato a quanto amo la mia casa e le strade semivuote che circondano la mia casa. Adoro uscire e vedere la vecchietta che va a fare la spesa al Netto trascinandosi il carrellino in tartan come fa mia nonna. Adoro le villette con i giardini curati e graziosi. Adoro le case semi abbandonate coi giardini pieni di erbacce. Adoro quello stradone che sembra lo sfondo del classico paesino padano. Prendo il tram e mi sembra di riconoscere i volti delle persone che siedono lì con me nelle diverse ore del giorno.

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Il parco meno fotografato di Berlino in 3 immagini del sito ufficiale

Ho imparato a voler bene ai motociclisti che si radunano in quello strambo locale, ai padroni del negozio di cucine in cui non entra mai nessuno, alla Alte Apotheke in cui fanno corsi di ogni genere, che diventa un Wahllokal tenerissimo con gli scrutatori che mangiano Kartoffelsalat. Una persona, una volta, mi ha detto che vivo in un posto orribile e che dovrei trasferirmi. A me basta guardare le casette, il piccolo cimitero pieno di piante verdi, la moschea con parco giochi annesso per sentirmi in un bel posto.

Quattro anni fa lessi un articolo di un signore che ai tempi non era nessuno e che oggi non sopporto; diceva che a Berlino puoi capire chi hai di fronte a seconda del quartiere in cui vive. Non penso proprio funzioni così. Ma ho scoperto che avere qualche chilometro tra me e il primo agglomerato di hipster non può che farmi bene; e so che finché non colonizzeranno zone come quella in cui abito io, questa città sarà ancora un posto in cui varrà la pena vivere.

 

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2 pensieri su “Pareti e ricordi

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