Fiumi, tetti, cittadelle

Poco fa ho pensato che volevo comprare un blazer, e che dovevo andare da H&M per comprare un blazer. Poco fa, però, ho perso il tram per un soffio, e ho pensato, non so perché, che volevo andare in Belgio.

Di me che ero in Belgio non sa niente nessuno. Racconto sempre a tutti di quando vivevo lì; racconto sempre a tutti che non mi piaceva. Però non so, è una cosa strana, perché lì, fisicamente, non è venuto a trovarmi nessuno che facesse parte della mia quotidianità o della mia vecchia vita. E lì, una volta partita, non sono mai tornata. Non sono mai tornata come ero prima.

Non so perché, ma certe volte ho come l’impressione di avere nostalgia di quel posto che ho odiato. Certe volte vorrei tornarci, anche solo per poter dire che ci sono stata davvero, che ha fatto parte del mio vissuto e non è stata una parentesi nel nulla che ha mandato in frantumi quello che c’era prima e dato un’impronta terribile a quello che c’era dopo. La Simona che era lì non esiste più e forse non l’ha conosciuta nessuno. Questa cosa mi fa paura.

Qualche mese fa tornavo da un party che era già mattina e gli uccellini cantavano; quel giorno lì era il mio compleanno. Quel giorno lì ho promesso a me stessa che se dovessi innamorarmi, innamorarmi per davvero, porterò quella persona a Namur a vedere com’ero. Cammineremo lungo il fiume come ho camminato lungo il fiume il primo giorno in cui ero arrivata e non c’era ancora Marina. Quel giorno lì era domenica, e per strada non c’era nessuno, e solo ogni tanto un raggio di sole bucava le nuvole.

Cammineremo tra i bar tristi della Rue de Bruxelles, e racconterò di quando ho visto per la prima volta gli edifici dell’università e ho pensato che erano così diversi da quelli della mia università. Racconterò di quando era sabato e c’era il mercato, e compravo verdure e pains au chocolat.

Mangeremo un pain au chocolat, passeremo davanti la vetrina di Zara e farò commenti cattivi sui manichini vestiti in maniera triste. Perché so già che ci sarà ancora Zara, e che i manichini saranno vestiti in maniera triste. Andremo al cinema, perché andavo spessissimo al cinema, e guardavo film mangiando gelati. Saliremo sulla cittadella, e parlerò di quando quei tetti grigi mi sembravano i tetti che vedevo dal belevedere del ponte di Ariccia.

Mi muoverò tra strade dove nei rari giorni di sole c’erano tavolini. In quei giorni camminare era bello. In fondo camminare era bello sempre. Triste, malinconico, grigio, struggente.

Quel giorno racconterò tante cose che non ho mai raccontato a nessuno. Ma molto prima che arrivi quel giorno, vorrei attraversare da sola in pullman le strade di Charleroi, sentirmi in una scena di Oliver Twist, arrivare in una stazione semideserta, sfrecciare tra campagne tristi, guardare il cielo grigio, avere la claustrofobia. Voglio inebriarmi di quella malinconia che mi ha cambiata, e che certe volte, quando penso al futuro, mi sembra ancora di respirare.

Voglio vedere la casa brutta dove vivevo, voglio andare da Aldi. Guardare gli articoli esposti in una cioccolateria, chiedermi perché una torre brutta e diroccata sia patrimonio dell’Unesco, sedermi per terra e guardarmi lì, lontana, ineluttabilmente cambiata. Con uno sguardo affettuoso. Con comprensione. Con nostalgia.

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2 pensieri su “Fiumi, tetti, cittadelle

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