I heard you looking

Alcune giornate sono semplicemente bellissime; si beve sangria nei parchi, si balla per strada, si cammina tanto, si riscoprono persone. In alcune serate sembra perfettamente logico perdere l’ultimo tram per andare a vedere da vicino la Fernsehturm, e aspettare che avvenga chi sa che cosa mentre sei ferma da sola sotto la pioggia.

Alcune volte ti svegli dopo una giornata perfetta e ti accorgi che il cielo è grigio, che fuori diluvia, che hai dormito poco e male, e che vorresti fare qualcosa di grandioso ma non riesci neanche a giocare col gatto. In quei giorni il mio cervello va in corto circuito, si fa prendere dall’ansia e inizia a snocciolare profondi quesiti che lo atterriscono.

Mi chiede dove sarò tra due mesi. Cosa farò a settembre. Cosa dovrei fare ora e cosa a settembre. Perché a tutte le domande che mi fanno rispondo non lo so. Perché non so mai niente.

Perché incontro sempre sugli autobus notturni persone con le buste del Lidl da cui sbucano dei porri. Perché se una ragazza francese abbina vestiti e colori a caso, sembra una fanciulla dall’eleganza distratta che spruzza francesità da tutti i pori. Perché se abbino vestiti e colori a caso, sembro una concorrente di Bauer sucht Frau, o Agnese Renzi che va a comprare le mele al mercato di Pontassieve.

Quando mi lascio trascinare da questa dubbiosa inquietudine, sento un bisogno fisico di vedere posti con l’acqua. Un fiume che porti via tutto. Un lago che mi calmi nel suo immobilismo.

Berlin_Weisser_See

Qualche mese fa, durante un viaggio in taxi fino allo studio del dottore, ho scoperto di abitare vicino al Weißen See. Se cammino sempre dritta ci arrivo con mezz’ora. Se prendo un bus con cinque minuti. Ma a me piace camminare in quelle stradine nascoste con le casette e i giardini che traboccano di fiori.

La prima volta che vidi il Weißen See faceva freddissimo; uno dei pochi giorni davvero freddi di questo inverno. Tutto era ghiacciato e la gente pattinava. Oggi alcuni bambini facevano il bagno, dei ragazzi correvano, un vecchietto lanciava un bastone a un cagnolino che si tuffava in acqua per riprenderlo.

Ho rischiato di trasferirmi in una casa di fronte a quel lago; era un giorno luminoso di settembre, la tizia che ci viveva lavorava alle risorse umane, ed era vegana. Mi aveva tenuta lì per più di un’ora, ma non mi reputava all’altezza di essere la sua coinquilina perché non avevo ancora 25 anni. Me lo disse così, al telefono. Quel giorno lì avevo camminato quasi fino alla mia attuale casa. Chi sa se era un segno.

Sono rimasta seduta mezz’ora su una panchina, senza pensare a niente, guardando l’acqua, gli alberi e il sole. Era semplice, ma bellissimo. Guardavo così intensamente tutto che avevo paura di fare rumore, di spezzare qualcosa. Un filo, un equilibrio. Ho raccattato le mie cose e i miei pensieri, e sono tornata a casa sentendomi assurda e felice.

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