Trenitalia ti voglio bene

Questo che state leggendo voleva essere un post sarcastico dedicato alle ferrovie dello stato e ai loro fantastici esperti di marketing. Quel post lo scriverò un altro giorno. Oggi ho gli occhi e il cuore così pieni di bellezza che persino il mio lato ironico ha deciso di mettersi a tacere.

Quindi sarò banale e scontata, e in data 25 aprile, dedicherò qualche riga all’Italia. A quell’Italia che fino all’anno scorso attraversavo così spesso in treno, quando partivo da Roma e mi risvegliavo a Bolzano, cullata da libri, appunti, sogni, troppo distratta per cogliere la bellezza dei paesaggi. Li guardavo senza vederli, assorta in altre faccende, controllando ossessivamente l’orologio per cronometrare le ore, i minuti, i secondi che mi separavano dall’una o l’altra meta.

Il metro di tutto, per me, era Firenze. Quando arrivavo a Firenze da Bolzano, pensavo che finalmente potevo cominciare a sentirmi a casa. Quando lasciavo Roma e tornavo tra i monti, iniziavo a studiare solo dopo Firenze. La mia vita bolzanina dal capoluogo toscano in giù non esisteva. Era il luogo dell’infanzia, il luogo del “fuori dal tempo“. Un luogo che non potevo mischiare con la mia vita vera.

Quando quell’Intercity digievoluto in Frecciargento si fermava a Firenze io ero sempre sveglia; poi mi riaddormentavo. Era un traguardo simbolico. Il viaggio vero per me iniziava o finiva lì.

©  All rights reserved to Afroz Nawas

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In tre anni non sono mai riuscita a rendermi conto di quanto fossero belli i luoghi tra cui sfrecciavano quei vagoni. Era come se mi fossi abituata alla loro presenza, non mi interessavano più. Forse dovevo attraversare l’Italia su un carro bestiame stipato di gente e panini con la frittata per potermi chiedere come mai nella nostra lingua non esista un aggettivo per descrivere qualcosa che toglie il respiro. Il percorso tra Roma e Firenze mi ha tolto il respiro. Volevo dirlo con una parola, ma non l’ho trovata.

Mi salivano quasi le lacrime, avrei voluto alzarmi e correre fuori. Mi è tornata in mente l’immagine di me che viaggiavo per la prima volta da sola verso Bolzano. Mi ero portata l’Alcesti per studiarne i versi in programma alla maturità, ma passai l’intero viaggio a cercare di descrivere quelle dolcissime colline che declinano in una splendida pianura, per rialzarsi dopo una galleria a formare alcuni tra i monti più belli che avessi mai visto.

verde def

© Some rights reserved to Frank Stahlberg

Semplicemente meravigliosa. Dovevo rivederla per rendermene conto. Dovevo attraversare in macchina gli immensi campi della Pianura Padana, con una radio che passava le canzoni del passato, e un’amica che mi piacerebbe incontrare molto più spesso e molto più regolarmente. Dovevo mangiare i colli piacentini con lo sguardo, dovevo restare incantata di fronte alle cascine, dovevo ammirare delle risaie e pensare per un secondo “Salvini, esci da questo corpo, è bellissima ma non abbraccerò mai le tue idee”.

Mi sono sentita emozionata come un tedesco al Gardasee.

mare

© Some rights reserved to Frank Stahlberg

Avrei voluto andare anche al mare. Rivedere quel pezzo dell’infanzia, sentire sulla pelle il sole bollente di un viaggio in macchina sulla Salerno-Reggio Calabria, solo per avere ancora una volta quella sensazione di immenso stupore di fronte alla grande distesa blu che ti si staglia davanti. Avrei voluto camminare sui sentieri aridi dell’Abbruzzo, su quelle montagne in cui ho passato mille estati con gli scout. Volevo andare in Umbria e volare in Sardegna. Volevo tornare in tutti quei luoghi che, me ne rendo conto, non vedo da troppo tempo.

Perdermi tra le aule di un’università italiana è stato come vivere in un film. Vedere al tramonto i palazzi sulla Nomentana e trovarli poetici è stato come aver assunto acidi. Commuovermi di fronte alle mie distese di pini marittimi mi ha fatta sentire di nuovo a casa.

roma

© Some rights reserved to Frank Stahlberg

Sul treno da Roma a Piacenza ero seduta accanto a un signore bellissimo in compagnia di una bambina bionda con una cascata di riccioli; abbiamo parlato in tedesco, perché mi ha vista con i libri del Test Daf. La sua figlioletta correggeva la mia grammatica parlando italiano e aspirando le c in modo delizioso. Il signore era di Lipsia, ma si era sposato con la mamma della bimba che aveva conosciuto in Erasmus, ed erano finiti a vivere nel paesino di lei, in mezzo alla Maremma. Me lo raccontava parlandomi un tedesco intervallato a parole italiane pronunciate con un accento dolcissimo.

Prima di scendere dal treno, si è girato e mi ha detto: “Ma cosa ne sa la gente della bellezza, se non ha mai visto Firenze in un giorno di sole?”. Me lo ha detto tutto di un fiato, sorridendo, in italiano.

Ma cosa ne sa la gente della bellezza se non ha mai visto Roma. Se non ha mai visto Palermo, Lecce, Napoli, Siena, Bologna, Milano, Verona, Venezia; se non ha mai visto un paesino minuscolo e pieno di storia; se non ha mai visto il mare, quel mare così.

treno

© Some rights reserved to Paolo Margari

In una traccia dell’Hörverstehen, una tipa diceva che durante i suoi soggiorni all’estero aveva capito che la Germania sarebbe stata per sempre la sua zu Hause. Attraversando pezzi di stivale sugli odiati vagoni di Trenitalia, ho capito che sarò sempre felice di poter chiamare Heimat un luogo che nonostante tutto, è così tremendamente e assurdamente bello.

 

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3 pensieri su “Trenitalia ti voglio bene

  1. brava la mia Simona! Il tuo articolo è stupendo e mi ha fatta commuovere!Ed allora un grazie anche a quei vagoni di trenitalia, che, anche se non troppo belli, ci scarrozzano lungo tutto il nostro bellissimo paese! Altro che Germania! P.S. quando vieni a trovarmi?

  2. Pingback: Un anno fa | Inchiostro Simpatico

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