Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui tirocini in startup a Berlino e che non avete mai osato chiedere

Mentre scrivo questo post  sono seduta, annoiata, alla scrivania di quello che per sei mesi è stato il mio ufficio (ciao ex colleghi!). Le ultime due settimane di un tirocinio possono diventare una vera agonia, e ho già avuto modo di provarlo due volte sulla mia pelle: la cara amica motivazione inizia a latitare nel dopopranzo, e alle 4 del pomeriggio risulta ormai dispersa, probabilmente a bere tequila in qualche bar di cattivo gusto.

I progetti non ti interessano più, i tasks ti annoiano, i meeting ti  fanno ridere: fare profonde considerazioni sociologiche è l’unica attività che sembra avere un senso, e che aiuta a tirare le somme dell’esperienza che si appresta a finire. Ho deciso di scrivere queste righe perché mi serviva, perché ho bisogno di fare un punto, e dire la mia su cose che sento ripetere da mesi. Se tra qualche settimana avrò cambiato idea, non pubblicherò nulla. Se col disincanto del distacco mi sentirò ancora un tutt’uno con la Simona di oggi beh, state leggendo quella pagina.

Premetto che quella che descriverò non è una verità universale, ma la mia storia personale. Una storia che è iniziata ormai quasi un anno fa, quando decisi di riempire i buchi di tempo con un fantastico tirocinio di cinque mesi. Le cose non andarono come dovuto, e i mesi divennero undici. In due aziende diverse, per fortuna. Io, personalmente, non ho mai avuto l’opportunità di confrontarmi con il mercato del lavoro italiano. Se dovessi farlo, forse, andrei nel panico. Sono figlia delle start up berlinesi, ci ho passato un anno e mezzo della mia vita, ci sono entrata, per la prima volta a 21 anni.

Sono quella a cui chiedono “Figo, hai un sacco di esperienze di lavoro e una laurea. Quanti anni hai?” “23 24″ “Ma dai, come sei in gamba.” Non sono poi così in gamba, ho avuto fortuna, non riesco a stare ferma, una città mi ha rapito il cuore due anni fa e al momento non potrei vivere altrove. Ho avuto modo di trovare tre stage in qualche modo interessanti, che mi hanno permesso di racimolare qualche soldo e qualche competenza in più. Sì, qualche soldo, perché all’estero per fare un tirocinio ti pagano.

Fantastico, vero? No, proprio per niente.  Lavori otto ore al giorno, fai un lavoro a tutti gli effetti importante, dopo un po’ diventi anche bravo, ma ti becchi (a volte per un anno) la somma ridicola di 500 euro. Sì, ma in Italia non ci pagano. E quindi? Non è che un trattamento migliore sia necessariamente giusto. Va bene fare esperienza, va bene imparare, ma no, non venitemi a raccontare che siete da due anni in stage e siete felici. Perché lavorare per 500 euro al mese, con due anni di esperienza alle spalle, non è giusto.  E non dovremmo lasciare che questo accada.

Chi si confronta con il mondo delle start up berlinesi (perché a Berlino ci sono start up, mettetevelo bene in testa) si può trovare sostanzialmente di fronte a due possibili scenari:

a) Azienda disorganizzatissima, in cui ti trovi a fare (a caso) 200 cose per il tuo Paese

Ci sono alcuni che da stagisti fanno i country manager, giuro. Succede che arrivi il primo giorno e ti dicano: toh, lavora. Sì, ma come? Mistero della fede. Nessuno può spiegartelo. Gente arrivata una settimana prima, si trova a formare le nuove leve. Il lavoro si impara sul campo. Sei mesi dopo, dovrai insegnarlo al tuo nachfolger con tanto di slides, video e compendio dei 10 comandamenti. Non faccio ironia. True story

b)  Azienda semi-strutturata, che non ha un fatturato e un’entità del personale tale da potersi definire startup, ma che continua a comportarsi come se lo fosse

Ti introducono in un team, hai dei responsabili, devi fare questo questo e quello. Se ci sono problemi, lo dici a quello sopra di te. Che poi si impelagherà in conversazioni con altre 400 persone. Perché tutti sappiamo in cosa consiste il questo questo e quello che dobbiamo fare, ma in fin dei conti, nessuno capisce davvero quali siano le sue responsabilità.

Con due  premesse così il nostro stagista tipo si ritroverà sostanzialmente in due possibili situazioni: dovrà fare lo stesso
lavoro dei suoi colleghi assunti, ma prendendo uno stipendio ridicolo; dovrà assumersi dei compiti che col passare dei mesi lo faranno sentire una scimmia.

 

Intrattenere pazzi: un tipico compito da schiavo

 

Sì ma c’è lo stimolo, la novità, impari! Verissimo. Sono con voi. Ma vi ho già detto che questo post era uno sfogo, no?

(Il giorno in cui ho scritto queste cose, avevo un reale bisogno di sfogarmi.  Ma ho scritto un po’ troppo. Per la vostra gioia, quindi, ho scelto di dividere il malloppo in più puntate, così faccio anche più post e wordpress è contento. Sono in gamba, neh!)

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