Io e Luis

Dietro un grande giornalista, c’è sempre un grande bersaglio. Anzi: con un buon bersaglio, anche il giornalista più mediocre può guadagnare una valanga di punti. Tutto sta, però, a puntare fin da subito la persona giusta. E non è facile.

Tanto per cominciare, infatti, il bersaglio non deve essere troppo bersagliato. Quanta persone angosciano quotidianamente il mondo parlando del loro odio per Berlusconi? Fin troppe. Ormai non si può più sperare di costruirci una carriera. Prendiamo Marco, per esempio. Mica è diventato Travaglio facendo l’hater di Silvietto: il suo bersaglio è sempre stato un altro, e ce lo spiega l’evidenza. Di cosa parlano gli editoriali del Fatto Quotidiano quando il caro leader esaurisce gli argomenti da divulgare sul blog e la gente smette di insultare le inchieste della Borromeo? Di Dell’Utri.

Va beh, ora tutti parlano di Dell’Utri visto che ha pensato bene di scappare in Libano e Silvio sostiene che ce lo ha mandato lui perché è la nipote di Mubarak glielo ha detto Putin. Ma per anni, dell’Utri era uno sfigato che nessuno si filava. E Marco ci ha visto lungo. Chapeau.

Alle scuole di giornalismo, quindi, ci dovrebbero spiegare che  il bersaglio è un qualcuno sufficientemente sconosciuto perché non sia sulla bocca di tutti, ma abbastanza famoso da poter essere riconosciuto. Poi sarebbe auspicabile trovarne uno saldamente ancorato a una poltrona. Tipo, Marco ha sempre Berlu, ma secondo me la prospettiva che dell’Utri potrebbe sparire lo avvilisce.

Io anche sono un po’ triste, perché il mio bersaglio perfetto lo avevo trovato, ma purtroppo non è più sulla piazza. Quando ero una giovane scribacchina, infatti, mi fregiavo del titolo di “Responsabile regionale del Trentino Alto Aige“, ma non mi sognavo neanche lontanamente di parlare di furti dei tombini/ delle dispute sul colore delle aiuole. Io parlavo di LUI!

Luis_Durnwalder_Südtirol

Oggi avevo una marcia per l’indipendenza di Sudtirol, ecco l’outfit che ho scelto (cit)

Lui è Luis, ma in verità non si chiama Luis. Wikipedia mi ha svelato infatti che dietro la maschera di Durnwalder si nasconde  Alois Falzes, fortunato possessore di undici fratelli in un maso della Val Pusteria. Ha studiato agraria. A Vienna. E a Innsbruck. E a Firenze (ma perché?).

Inizia a fare il sindaco (ommioddio ommioddio, un Renzie ante-litteram), poi diventa assessore provinciale per dieci anni, e poi lo eleggono presidente della giunta provinciale della provincia autonoma di Buco tra i Monti e niente e nessuno riuscirà a scollarlo da quella sedia fino al 2013. La gente dice che è il leader della Svp, ma non è vero. Non ha alcun ruolo nella Svp. Capito Beppe? Non ti sei inventato nulla. 

Ehrenfront

Durni cammina per la strada sicuro, ispezionando Schutzen (nanarana)

Quando Durnie era il gran capo dell’Alto Adige, diceva un sacco di cose divertenti. Io avevo un sacco di materiale su cui scrivere. La vita era bella. E le sue foto lo erano ancora di più.

Poi si è ritirato. Al suo posto ora c’è Arno-la NOIA- Kompatscher. Cercatelo su Google. Niente Lederhosen. Niente piume sul cappello. Sembra quasi una persona rassicurante. Non ci sono dichiarazioni imbarazzanti sull’inno nazionale. Non si rifiuta di festeggiare l’Unità d’Italia. Non fa niente di strano. Niente. Niente.

Mi sento come il responsabile marketing delle campagne profumi e panettoni il 26 dicembre mattina. Svuotata.

Qualche giorno fa mi ero risvegliata dal torpore apprendendo che l’Italia, dopo aver spedito Razzi in Corea, voleva mandare Durni in Ucraina a spiegare il modello Alto-Adige. Ma lui ha rifiutato. Perché Luis, perché? In attesa di tempi migliori, voglio ricordarti con una cascata di acidità firmata da una giovane Simona di annata. Enjoy (voi che potete).

Durni e l’unibizeta (da non perdere)

Durni come il Trota

Moralismi sudtirolesi

Luis, gli Schützen and other stories

 

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