Tutto cambia affinché nulla cambi

Sono arrivata in Italia da meno di 24 ore, ma ho l’impressione di esserci da giorni. La mia vita qui sembra svolgersi come nelle puntate di Beautiful: puoi guardarne una ogni tre anni e ritrovare tutto come era prima.

Non ritiravo una valigia a Fiumicino da almeno sei mesi, ma i nastri sono ancora lenti come lo erano allora. “Stiamo lavorando per rendere l’aeroporto più efficiente”. Non ci state riuscendo, lo sapete, sì?

Grillo vomita ancora idiozie dai blog. Le donne candidate sono sempre considerate delle veline, al di là del colore politico. Saltuariamente, in Parlamento, si ci picchia. Le buche sulla strada che porta a casa mia sono lì dove le avevo lasciate. Massimo Cacciari ormai di lavoro fa l’ospite da Lilli Gruber.

Ieri, frugando in un cassetto, ho ritrovato una pecora da presepio; me la regalò una persona quattro anni fa, quando tante cose erano diverse da come sono oggi. Accanto c’era un foglio, riempito di una calligrafia che non è più la mia: con quelle frasi, che avrei potuto scrivere ieri, cercavo di convincere la mia prof di italiano ad andare a vedere una partita di calcio. Voleva portarci solo i ragazzi. Io e Dominique ci eravamo ribellate, scrivendo un mini testo wannabe femminista. Quella battuta sui piedi fasciati l’ha scritta una Simona che doveva ancora leggere Simone, ma che aveva un’ironia di cui mi sono stupita. Se mi leggi, Domi, ti ringrazio tanto per quel bel momento.

paul evans

© All rights reserved to Paul Evans

Sulla mia scrivania c’è un libro, è in tedesco. Lo avevo comprato a Berlino, al Mauerpark, durante il primo tirocinio della mia vita. Ne avevo lette tre pagine, costantemente munita di dizionario. Come una versione di greco. Come una lingua morta. Lo avevo lasciato a casa, mai riaperto. Simbolo di un fallimento. Oggi, a distanza di più di due anni, ne ho ricordato ogni parola faticosamente conquistata.

Ho ascoltato questa canzone, perché ho visto uno spezzone di un film che per un periodo vedevo a ripetizione. Poi ho visto una foto del lago di Nemi. Di quel lago sulle cui rive mi sono seduta tante volte. Mi sono ricordata di week end, di pomeriggi, di uscite con gli scout. Di quella volta che trovammo un quaderno con le preghiere che un gruppo di pazzi rivolgeva alla dea Diana. Di quelle volte che ridevamo tanto da avere mal di pancia.

Ho pensato che quei luoghi sono tanto miei. E che certe volte non li sento più miei.

Mercoledì ho vagato per università, cercando di carpire informazioni e atmosfere. Mi sono imbucata a una lezione su Marx. Pioveva, e volevo chiedere qualcosa ad un professore il cui ufficio ormai era chiuso. Sono rimasta sotto la pioggia, a pensare alle mille porte che in questi mesi mi sono chiusa da sola. Un signore mi ha detto che se volevo fargli qualche domanda, potevo parlargli anche se l’ufficio era chiuso. Magari non all’aperto, che si rischiava una bronchite. Quel signore, il professore, mi ha detto che posso studiare in tedesco. Bruscamente. Come un nonno burbero.

“A volte non ci accorgiamo di quante cose sappiamo fare”. Mi ha detto così.

Ho ricordato tutte le mie ambizioni e i miei piani, che mi sembrano sempre così ridicoli ogni volta che torno a casa. A quell’ambiente che sembrava soffocarmi, ma che allo stesso tempo mi ha reso ciò che sono. Ho pensato a quel lago, a quelle radici che mi sembra siano sparite.

E mi sono sentita un po’ triste.

 

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