Felicità (Albano e Romina me spicciano casa)

Questa notte ho fatto un sogno strano. Ero seduta in riva al mare e tracciavo disegni con un rametto; poi il mare diventava un bosco, ero in una sorta di campo scout e accendevo un fuoco con una serie di persone che nella vita reale non hanno assolutamente correlazioni tra loro. Prendevo un foglio di carta, volevo scrivere qualcosa, e mi è uscita la parola ευδαιμονία. Così, con i caratteri greci. Mi sono svegliata e davanti agli occhi mi ballavano ancora quelle lettere. Ho acceso il pc, googlato la translitterazione, e mi sono ricordata che “eudaimonia” in greco antico vuol dire “felicità”.

In questi giorni mi sento proprio così: felice. Dopo il 2013, famigerato anno del no, dopo le prime settimane del 2014 costellate da piedi rotti, malattie, rifiuti e incidenti diplomatici, è iniziata una svolta da seconda metà del 2011. Improvvisamente sono successe tante piccole cose, non sempre necessariamente positive, che sono riuscite però a rivoluzionare il mio stato d’animo. E così ho imparato che un bicchiere di vino con un panino possono effettivamente regalare felicità, specie se accanto a te c’è una delle tue amiche più care con cui scambiare chiacchiere da principio di ebrezza, in un bar dove fino alla settimana prima andavi a mangiare in pausa pranzo.

E che per dare una svolta a una mattina in hangover si può fare un giretto in palestra, e osservare affascinata istruttrici sotto evidente effetto di cocaina che cercano di convincere un pubblico di vecchiette e giovani donne in post sbronza a fare salti mortali. Perché muoversi sentendosi ancora ubriachi è un’esperienza mistica, che uno tenti di ballare, di attraversare un’enorme città a piedi o semplicemente di passare l’aspirapolvere in camera ascoltando I want to break free e sognando di essere Freddie Mercury.

Dopo aver bevuto troppi vodka tonic si ci può rinchiudere in un minuscolo cinema a Kreuzberg mischiando lacrime calde a Fritz Cole gelate, mentre sullo schermo scorrono le immagini forti e poetiche di un film in arabo sulla guerra in Siria. Poi si può camminare su un ponte, e pensare che qualche anno fa quel ponte era un confine tra due stati. Proprio come il vecchietto sul tram raccontava a quella che presumibilmente era sua nipote.

Steve Rychei

© Some rights reserved to Steve Richey

Perché ascoltare le storie degli sconosciuti è un vero balsamo per l’anima, anche quando a spiattellartele ci pensa una signora un po’ matta in una piazza di Dresda, che rievoca con passione le sue avventure giovanili a Roma con tale Angelo Alfonsi: in una città dove ogni donna può sentirsi davvero una donna, dice. Sì, è bella Roma, me ne accorgo sempre più. Ed è bello accorgersene in una notte folle in una splendida piazza sassone, in cui sei finita per pochissime ore con una guida che a rivedere quei luoghi ci tiene tantissimo.

Ultimamente ho preso treni, S-bahn, autobus, aerei puramente a caso, in maniera apparentemente illogica, per le ragioni più svariate: per salutare persone, per rivivere un’atmosfera da Erasmus attraverso gli occhi di qualcun altro, per riuscire a vedere una mostra nell’ultima mezz’ora prima della chiusura finale. Cose belle che strappano un sorriso, proprio come sa fare il tuo gatto mentre si impegna ad acchiappare l’ombra di un ramoscello sul balcone.

Cose belle che ti fanno sorridere anche mentre i tuoi occhi piangono per un’infezione, e ti ritrovi a pensare che solo poche settimane fa, di fronte ad un evento del genere, il mondo ti sarebbe sembrato pronto a cadere. Mentre ora quel mondo sembra fermo lì, vivace e accogliente. E pronto a farti ridere ancora.

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