La sindrome del Tamagotchi

Quando ero ancora alle elementari (massimo in terza, mio fratello faceva l’asilo), mio padre partì per un viaggio di lavoro di due settimane a San Francisco.

Al suo ritorno, io e mio fratello ricevemmo due felpe con il nome della città in bella vista (ricordo che quella fu la mia felpa preferita per anni) e due strani aggeggi che negli States avevano tutti

Il mio era a forma di uovo, quello di Francesco sembrava un cagnolino viola in miniatura. Dal minuscolo schermo, si poteva seguire la vita rispettivamente di un pulcino e di un cagnetto, che bisognava nutrire, pulire, far giocare e portare a spasso. Io volevo un gatto (nero), ma insomma, come inizio mi accontentai.

Ricordo che mi sentivo una strafiga, perché dopo pochi mesi tutta la mia classe restava attaccata ai mini congegni giapponesi, che io avevo ricevuto con così tante settimane di anticipo. Obbligavamo mia madre a star dietro ai nostri animaletti virtuali mentre eravamo a scuola. Spesso, purtroppo, i cuccioletti passavano a miglior vita, perché la mia solerte genitrice per preparare il pranzo dimenticava di sfamare il vorace pulcino. Io piangevo e minacciavo di scappare di casa. Ma poi ne nasceva uno nuovo ed ero felice. Se non sbaglio, il Tamagotchi a un certo punto iniziava a riprodursi (per partenogenesi?) ma forse questo è un dettaglio aggiunto con la fantasia e la nostalgia dei bei tempi andati.

Ora, sappiamo tutti che il balocco è stata la passione di tutti noi che eravamo bimbi nella seconda metà degli anni Novanta. Che guarda caso, siamo stati tra i primi fruitori dei social media. E personalmente ogni volta che guardo la mia bacheca di  Facebook e leggo i post dei miei coetanei, ho l’impressione di trovarmi di fronte a tanta gente nostalgica del Tamagotchi. Non avendo più un cucciolo finto da curare, entra in scena il nostro “io” virtuale da tenere in vita.

Gli diamo cibo, ammorbando tutti con foto di colazioni/pranzi/cene/la torta cucinata con tanto ammore da partner nerd che pare passino le giornate su giallo zafferano. Ci giochiamo insieme (e turbiamo la comunità con inviti a Candy Crush Saga); gli facciamo fare i bisognini, vomitando ingiurie contro il mondo. Poi per ripulirlo, e ripulirci la coscienza, ecco le foto dei bimbi africani condividilo se hai un cuore, o le citazioni di Jim Morrison/Bob Marley/Coco Chanel/Gesù Cristo. Lo facciamo anche diventare un artista, un viveur, uno che fa viaggi in tutto il mondo, e fa sapere a tutti dove si trova, così aumentiamo il coefficiente felicità (questo c’era, me lo ricordo). Felicità dolorosamente conquistata dopo immani sofferenze (scaturite da ritardi di Trenitalia, ennesimi cambiamenti della home page, visione di persone vestite male, squadra del cuore che gioca da schifo, sospensioni del giudizio su “La grande bellezza” o sul governo Renzi)

Il profilo Facebook è il Tamagotchi del terzo millennio. Una rappresentazione dell’individualismo crescente che da adoratori di un pulcino virtuale ci ha trasformati in adoratori di noi stessi e ci porta a nutrire innumerevoli personalità fasulle (si, Simona, e poi non ci sono più le mezze stagioni, i giovani di oggi non vogliono fare niente e il Milan deve giocare a tre punte).

Insomma, per chiudere prima che qualcuno possa additarmi come erede illegittima di Cicerone, io credo che anche il nostro baldo amico Mark giocasse al Tamagotchi. E mi chiedo perché il giochetto sia sparito. Faccio una ricerca e vi aggiorno. So che non vedete l’ora. Preparatevi!

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Un pensiero su “La sindrome del Tamagotchi

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