Felicità (Albano e Romina me spicciano casa)

Questa notte ho fatto un sogno strano. Ero seduta in riva al mare e tracciavo disegni con un rametto; poi il mare diventava un bosco, ero in una sorta di campo scout e accendevo un fuoco con una serie di persone che nella vita reale non hanno assolutamente correlazioni tra loro. Prendevo un foglio di carta, volevo scrivere qualcosa, e mi è uscita la parola ευδαιμονία. Così, con i caratteri greci. Mi sono svegliata e davanti agli occhi mi ballavano ancora quelle lettere. Ho acceso il pc, googlato la translitterazione, e mi sono ricordata che “eudaimonia” in greco antico vuol dire “felicità”.

In questi giorni mi sento proprio così: felice. Dopo il 2013, famigerato anno del no, dopo le prime settimane del 2014 costellate da piedi rotti, malattie, rifiuti e incidenti diplomatici, è iniziata una svolta da seconda metà del 2011. Improvvisamente sono successe tante piccole cose, non sempre necessariamente positive, che sono riuscite però a rivoluzionare il mio stato d’animo. E così ho imparato che un bicchiere di vino con un panino possono effettivamente regalare felicità, specie se accanto a te c’è una delle tue amiche più care con cui scambiare chiacchiere da principio di ebrezza, in un bar dove fino alla settimana prima andavi a mangiare in pausa pranzo.

E che per dare una svolta a una mattina in hangover si può fare un giretto in palestra, e osservare affascinata istruttrici sotto evidente effetto di cocaina che cercano di convincere un pubblico di vecchiette e giovani donne in post sbronza a fare salti mortali. Perché muoversi sentendosi ancora ubriachi è un’esperienza mistica, che uno tenti di ballare, di attraversare un’enorme città a piedi o semplicemente di passare l’aspirapolvere in camera ascoltando I want to break free e sognando di essere Freddie Mercury.

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La sindrome del Tamagotchi

Quando ero ancora alle elementari (massimo in terza, mio fratello faceva l’asilo), mio padre partì per un viaggio di lavoro di due settimane a San Francisco.

Al suo ritorno, io e mio fratello ricevemmo due felpe con il nome della città in bella vista (ricordo che quella fu la mia felpa preferita per anni) e due strani aggeggi che negli States avevano tutti

Il mio era a forma di uovo, quello di Francesco sembrava un cagnolino viola in miniatura. Dal minuscolo schermo, si poteva seguire la vita rispettivamente di un pulcino e di un cagnetto, che bisognava nutrire, pulire, far giocare e portare a spasso. Io volevo un gatto (nero), ma insomma, come inizio mi accontentai.

Ricordo che mi sentivo una strafiga, perché dopo pochi mesi tutta la mia classe restava attaccata ai mini congegni giapponesi, che io avevo ricevuto con così tante settimane di anticipo. Obbligavamo mia madre a star dietro ai nostri animaletti virtuali mentre eravamo a scuola. Spesso, purtroppo, i cuccioletti passavano a miglior vita, perché la mia solerte genitrice per preparare il pranzo dimenticava di sfamare il vorace pulcino. Io piangevo e minacciavo di scappare di casa. Ma poi ne nasceva uno nuovo ed ero felice. Se non sbaglio, il Tamagotchi a un certo punto iniziava a riprodursi (per partenogenesi?) ma forse questo è un dettaglio aggiunto con la fantasia e la nostalgia dei bei tempi andati.

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Aspettando il tram

“Le véritable voyage de découverte ne consiste pas à chercher de nouveaux paysages, mais à avoir de nouveaux yeux”

Marcel Proust

Questa mattina, tanto per cambiare, aspettavo il tram per andare a lavoro. Oltre ai soliti anziani e rampanti signori, alla fermata altrimenti deserta, c’era  una ragazza piuttosto trafelata. Mascara fino alle ginocchia, capelli sconvolti, occhi rossi… era la sua walk of shame. Mi ha chiesto da che parte di Berlino fossimo, e dove portasse il tram. Poi è scoppiata a ridere, e mi ha proposto di bere un caffé con lei.

Siamo entrati al bar Melissa, in cui una volta avevo bevuto una birra, in una circostanza rocambolesca. Di giorno è ancora più surreale, vuoto, con statuette di cattivo gusto e lucine verdi. Le ho raccontato che dopo la mia ultima sbronza mi ero fatta accompagnare da un pachistano fino alla casa di una mia amica. Lei mi ha sorriso, e mi ha parlato del tipo con cui era stata. Un ragazzo molto dolce, di cui non ricordava il nome. Poi abbiamo revocato altre walk of shame, ho perso il tram, e non sono arrivata in ufficio con i consueti 30 minuti di anticipo.

Lungo la strada ho scoperto che ad Am Steinberg c’è un Bar Melissa 2. Su quella strada ci passo ogni giorno, ma non ci avevo mai fatto caso.

Volevo leggere, ma ho capito che in questi giorni la mia testa è troppo piena dei miei pensieri per lasciar spazio alle vite degli altri.

Impressioni di febbraio

Come Worpress ci tiene a ricordare, febbraio è passato, e io ancora non ho scritto nulla. Mi ero riproposta di attivarmi almeno una volta al mese e diventare regolare, ma niente, il tempo mi scivola tra le mani, e io non riesco a controllarlo.

E così è arrivato marzo, in un’atmosfera di quasi primavera, dopo un inverno caldissimo, in cui si gelava solo nei giorni in cui ero costretta a casa. Fa buio alle sei, gli uccellini cinguettano, sono di nuovo in una fase di allegra inquietudine dopo mesi di simil depressione, e ho ripreso a vagare a caso per la città.

Ciò che amo di Berlino è il fatto che, dopo tanto tempo, mi permette ancora di perdermi, anche in aree che, teoricamente, conosco bene come le mie tasche. Così oggi ho vissuto ancora quella situazione surreale di trovarmi in luoghi che non conoscevo, proprio mentre ero dietro a luoghi che conosco benissimo. Mi sono fermata per mezz’ora a guardare bambini che giocavano sulle altalene, volevo sedermi in un bar e ho scoperto che era un negozio di fiori, mi sentivo felice e volevo correre, e forse l’ho fatto, senza neanche rendermene conto.

Ho letto i manifesti per strada, ho sbirciato nei cortili interni, sono salita e scesa su un tram a caso. Poi ho passeggiato dietro casa, e ancora una volta, l’ennesima, avrei voluto poter scattare foto. Io che le foto le odio. Fermare un momento, un’ impressione, per confrontarla vivida col mio ricordo sbiadito.

Volevo piangere, perché ero felice. Sono venuta qui, e ho deciso che almeno un post a marzo lo dovevo pubblicare.