Azzurro Bruco

Fino a poco più di due mesi fa (il tempo vola), la prima cosa che facevo al mattino era tirare su le tapparelle, e guardare che tempo c’era fuori; quando vivevo a Bolzano, c’erano solo due tipi di giornate: quelle in cui il mondo era Bruco, e quelle in cui avrei fatto meglio a tornare a letto. La definizione azzurro bruco l’abbiamo inventata io e le mie amiche, o almeno, così mi piace credere.

Le prendevo sempre in giro, perché si stupivano di quanto spesso ci fosse il sole in quella piccola città infossata tra le montagne; mettiamola così, mi servivano un “c’avete solo la nebbia” su un piatto d’argento. Era vero, però, c’era spesso il sole. E quando c’era il sole, il cielo era azzurrissimo. Come credo di averlo visto solo poche volte. Faceva male andare in biblioteca; faceva malissimo, avere un problema, perché quando ero depressa a Bolzano, la bellezza della natura sembrava prendersi gioco di me, invece che tirarmi su.

Una passeggiata in hangover sui prati del Talvera ti lascia solo in superficie un senso di pace, perché dentro, se hai problemi, scava in profondo, con una nostalgia struggente che ha del sublime… ma che fa soffrire. Se mi sento depressa a Berlino (cosa che non succede troppo spesso), e prendo una u-bahn/s-bahn a caso, mi sembra di riempirmi di mondo. Vago tra la gente, mi sento sola e e parte di un qualcosa di più grande, perché in fondo è come se fossimo tutti soli,e uniamo le nostre solitudini in questa quotidianità che in ci fa sentire più vicini, nella nostra enorme lontananza.

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CC to Tm Butler

So che quando sono venuta qui la prima volta, ero reduce da un periodo bruttissimo. E che quando arrivo qui, non so perché, mi sembra di non riuscire a preoccuparmi dei miei problemi personali; faccio riflessioni cosmiche, a volte dimentico di leggere i giornali, perché non mi va di angosciarmi sul “quotidiano”, mi sento a casa, mi sembra di essere qui da sempre, sospesa in un momento in cui il futuro non esiste. Stringo rapporti strani con gli altri; ma è solo perché non ho più la mia famiglia bolzanina, che mi rassicurava tanto. Non sono abituata al fatto che le persone non siano abituate alle mie stranezze, ecco.

Ieri ho camminato, ma neanche per troppo tempo, sotto la pioggia, e mentre mi chiedevo cosa ci facessero le due vecchiette con gli stivali da gomma fucsia davanti a me in giro alle 4 e passa del mattino, ho osservato il cielo. Cercavo una somiglianza col cielo belga, perché anche lì pioveva tanto, e invece no, non si assomigliavano per nulla. Mi sono ricordata di tutti quei pomeriggi col cielo grigio, lungo il fiume, o sulla cittadella, di quando tra quelle colline ricoperte di tetti grigio, nel verde mi sembrava di scorgere i Castelli Romani. Mi sono ricordata delle cose stupide che ho fatto lì, di quanto sono stata male, e di quanto mi ha fatto bene stare male. Di quanto potrei dividere la mia vita tra un pre e un post Namur. E in quel momento, a Berlino, sotto la pioggia, mi sono sentita un tutt’uno con tutte le mie città. Ho capito che sono maledettamente nostalgica, che amo struggermi ai ricordi non solo delle cose belle, ma anche delle cose brutte che poi sono diventate belle.

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C’è più Photoshop su quel cielo che in un fashion blog

Sono arrivata a casa, e ho pensato che qualche giorno fa, alla stessa ora albeggiava, e che stamattina non si vedeva l’alba, ma solo nuvole. Da quando vivo a Schöneberg sono ossessionata da David Bowie, soprattutto se torno a casa di notte. Ho riacceso il computer, e credo di aver ascoltato più o meno tutta la discografia. Poi ho messo su almeno sei volte “Space Oddity”, e per una volta, non ne ho odiato la versione in italiano. Era stato un pomeriggio delizioso, eravamo tutti stravolti dalla sera precedente, il cielo non era per niente Bruco. Eravamo al Talvera, e c’era anche Davide, e io e Irene parlavamo al tavolino del Museion di “Venuto al mondo” che avevamo visto da poco… e poi sono andata al Capitol con Cristina a vedere “Io e Te” di Bertolucci, e ce l’ho ancora qui, la scena in cui Lorenzo e Olivia si abbracciano e ballano sulle note di “ragazzo solo, ragazza sola“.

Mi sembra metaforicamente di ripetere quella scena mille volte al giorno, a volte. E’ come se mischiandomi a gente che non conosco, riscoprissi la parte più profonda di me, quei pezzettini di tutti i posti in cui sono stata che si sono conficcati nel mio animo come tante piccole schegge, e che mi hanno resa quella che sono ora. Con cieli azzurri, azzurro Bruco, azzurro Lisibona, azzurro Roma, ma anche grigio Roma, grigio Belgio, anche grigio Bolzano, perché anche quel cielo sa essere grigio. E’ come se esplodessi di gioia. E il cielo sopra Berlino, quello no, non ha un colore solo. Quello ha mille colori, che spesso non guardo. Perché sono troppo impegnata a guardare tutte le cose splendide che succedono sulla terra. E perché alla mattina non devo alzare le tapparelle per prendere contatto con il mondo. Mi sveglio, e il cielo di quel giorno è già parte di me.

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