Ma nun sann’ ‘a verità

Ogni mattina, a Roma, incontro – forse dovrei dire “mi scontro con ” – decine di turisti stranieri che affollano la metro A. Si lamentano. Perché siamo stipati come sardine; perché gli autobus non passano. Perché c’è uno che allunga le mani. Perché li hanno fregati al ristorante.

“Bella eh…”, li senti dire. “Ma come fate a vivere così tutti i giorni”, mi ha chiesto una ragazza di Barcellona; e un ragazzo di Parigi. E due signori di Norimberga. E dei vecchietti giapponesi. Quando i ragazzini senza casco sfrecciano sui motorini portandosi dietro la nonna, o il fratellino -sempre senza casco- pensi che forse, il tedesco lì davanti potrebbe avere un mancamento.

E invece sono lì – i turisti – su un trenino buffo, a fare video di un tizio affacciato al balcone che canta per loro “tu vuoi fa l’americano”. Lo intravedi, lassù, tra bottiglie di limoncello e pacchi di taralli, mentre la folla si muove e i motorini – senza casco – ti superano strombazzando. Per me Napoli ha sempre avuto una specie di magia.

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Viaggiare scomodi

Sto andando in autobus da Roma a Bolzano. Ho visto il tramonto da un punto imprecisato della Pianura Padana; ho tentato di fare una foto al sole rosso, un po’ aranciato, che si perdeva tra gli alberi. La mia macchina fotografica, però, è incastrata in alto, il mio vicino non mi lascia uscire, il mio telefono fa il suo dovere, ma non gli puoi chiedere troppo.

Fuori ci saranno ancora 30 gradi, io indosso un maglioncino perché l’aria condizionata è fortissima. Abbiamo smesso di ascoltare la radio per passare a musica discutibile. Prima leggevo, ora c’è un bambino che piange troppo forte.

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Agosto

Ieri sera, al telegiornale, ho visto un servizio sulla metropolitana di Mosca. Qualche settimana fa – erano i primi di agosto – ho preso un autobus sostitutivo al posto della metro A, a Roma. Una signora, di Mosca, si lamentava del caldo, della folla, dell’amministrazione Raggi.

“Ma perché non fanno i lavori di notte, come tutti?”, mi ha chiesto esasperata.

Mi ha raccontato della metro di Mosca, che sembra un museo. Tutto è pulito, è come essere essere in un luogo tanto antico e -contemporaneamente – tanto nuovo.

“Sai – mi diceva – io sono cresciuta qui a Roma, ci vivo da anni”.

Soffriva di bronchiti e polmoniti, un medico l’ha mandata qui quando era ancora una bambina. Da sola. In Russia si ammalava sempre, non poteva andare a scuola o uscire di casa.

“Ora, ogni tanto, vado a trovare mia sorella. Abita fuori San Pietroburgo. Ora a Russia è bene, c’è Putin che regala soldi ai poveri”.

Sembrava crederci davvero.

Ho pensato a Putin, alla Russia, a quanto vorrei andarci. Ad Arco di Travertino, la signora ha firmato la raccolta firme per il referendum dei radicali. Risiede a Roma, io ancora no. Forse, chi sa, non ci risiederò mai.

Da ottobre – credo – riprenderò a studiare russo.

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Le ciel est par dessus le toit

La metropolitana, al mattino, trasmette musica alquanto scadente.

È presto, ancora, le persone stringono i giornali. Qualcuno dorme. La città si sveglia.

Ho trovato un aeroplano di carta, su un gradino. Foglio a quadretti. “La poetica di Pirandello è caratterizzata da…”

Poco più sotto un’espressione, scritta con l’inchiostro rosso. Quando studiavo filosofia, al liceo, copiavo in rosso le frasi che mi piacevano. Avevo un quaderno altissimo.

Qualche giorno fa sono passata in macchina davanti Villa Mirafiori e mi sono ricordata di un pomeriggio di pioggia del 2009, in cui feci di tutto per partecipare a un’ora di orientamento.

A volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita, se al posto di un sì avessi detto un no. O viceversa.

Sono incroci, intrecci, vertigini di possibilità. Mi faccio tante di quelle domande. È maggio, non è ancora troppo caldo, passi in macchina davanti posti che ti catapultano in vecchie giornate. Tra gente che ora chi sa dove è finita.

Copiavo le poesie, scrivevo coi rossetti dietro gli scontrini.

È come non avere abbastanza spazio per ogni pensiero che mi frulla per la testa.

Poi nel cielo c’è un raggio rosa, che illumina un comignolo, su un tetto. E la bellezza, a un certo punto, sembra contenere ogni stortura del mondo.

Let’s dance for fear tonight is all

A Francoforte, vicino l’Eurotower, c’è una specie di installazione con dei tubi rosa. Ce ne è una identica anche a Berlino, in zona Potsdamer Platz. L’anno scorso avevo percorso tutta quella strada, seguendo i tubi rosa, per cercare il monumento alle vittime dell’Aktion T4. Avevo fatto mille foto a un muro azzurro, tutto di vetro, che per due anni non avevo mai notato. Una volta ero andata ad ascoltare un concerto di Marta alla Berliner Philharmoniker, che è esattamente lì dietro. Mi avevano detto che ogni sabato pomeriggio (o forse, ogni giovedì) l’orchestra faceva le prove e si poteva entrare ad ascoltare gratis. Ci ero passata, una volta. Suonavano una sinfonia di Beethoven. La quarta, diceva il programma. A un certo punto ero scappata perché la musica mi risuonava dentro ed ero troppo commossa, volevo piangere.

C’è qualcosa che mi commuove, della Germania. Come qualcosa di incompiuto. Ogni volta che ci metto piede, mi sembra di incontrare una persona del passato, che mi somiglia, che non sono più io.

C’è stato un periodo della mia vita in cui volevo lavorare per le istituzioni europee. Avevo mandato 123 cv e non mi aveva risposto nessuno. Nelle ultime settimane sono entrata al Parlamento Europeo e alla BCE. È stato un po’ come guardare allo specchio un riflesso che non c’è più.

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Scatoloni

“Non mangerò più la pizza di mia madre una volta a settimana”.

Era un mercoledì di settembre. Impacchettavo cose. Vidi la mamma, che impastava la pizza, e in quel momento realizzai davvero che mi stavo trasferendo. Avrei  iniziato una vita nuova. Avrei spezzato una catena di abitudini. E io ci ero affezionata, a certe abitudini.

Mi sentivo un poco stupida, ma mi veniva da piangere. Era come concentrare l’immensità del cambiamento in una cosa minuscola. Una cosa che accadeva sempre, che sarebbe continuata anche senza di me.

Infilai una radio nello scatolone. Non l’ho più ascoltata, la radio, negli anni di università.

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Le tessere del puzzle

L’estate, per i bimbi, dura tre mesi. Andavamo a Nola per settimane, ne eravamo persino felici. Martina veniva a stare ogni giorno da noi, arrivava al mattino. Giocavamo  a nascondino, ci facevamo rincorrere dal cane, poi saltavamo sulla panchina, per non farci raggiungere. Andavamo in bicicletta, ci lanciavamo l’acqua sul terrazzo. Alla sera – «zia, altri cinque minuti» – tiravamo fuori i puzzle e facevamo a gara a chi finiva prima.

Era un rito.

Bambi, Pocahontas, il cane e il gatto che ballavano davanti a un jukebox. Ce ne stavamo lì, seduti attorno al tavolo di plastica in mezzo alle scale, dopo aver fatto la doccia, intenti a cercare la tessera perfetta. Io, mio fratello e mia cugina, 24 anni in tre.

«Zia, altri cinque minuti». Martina doveva andare a casa, ma prima voleva finire di ricomporre quell’immagine. Ogni sera, a rotazione, una diversa. Il primo che finisce, domani sceglie il puzzle.

Dovevi incastrare i pezzi, poi – dal nulla- usciva un disegno.

Mi chiedevano, un tempo, «cosa vuoi fare da grande?» e io rispondevo «Lilli Gruber». «Vuoi dire la giornalista, forse…», «No, Lilli Gruber».

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Cose che ho fatto nel 2016

Una passeggiata a Orvieto.

Quattro mesi di scuola.

Imparato a non piangere per le cose che finiscono.

Pianto come una cretina il 30 dicembre in mezzo a Corso Vannucci, perché c’era una bella luce.

Scoperto che Vannucci era “Il Perugino”.

Vissuto da pendolare, anche se per poco.

Esplorato nuovi angoli di Roma.

Pranzato a Villa Celimontana con Cristina, in un caldissimo giorno di giugno.

Tante foto alla nebbia vista dalla mia stanza.

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Timore. Tremore

Certe paure, senza neanche saperlo, le respiri dalla nascita, come facessero parte di un  corredo genetico.

Il 23 novembre 1980 mia madre aveva mal di testa ed era rimasta a casa con la sua amica Anna. Erano sole, nella camera coi lettini, dove da bambina dormivo con mio fratello e mia cugina sui materassi buttati per terra.

I miei nonni non c’erano, i miei zii non c’erano. Non appena cominciò la scossa, Anna prese mia madre per un braccio e la trascinò giù per le scale. Erano tutti in strada. Quando mia nonna arrivò in piazzetta e vide che mia madre era scappata scalza, tornò di sopra a prenderle le ciabatte. A prendere le cose che servivano per dormire. In macchina.

Il 23 novembre 1980 mio padre era in giro coi suoi amici e vide i palazzi del corso oscillare, quasi toccarsi tra loro mentre la terra tremava. C’era Michele, c’era Ernesto. Non avevano mai sentito una scossa, prima. Si misero a correre verso la piazza e mentre correvano, sentivano cadere calcinacci. Una chiesetta stava crollando. Le chiesette crollarono, tutte.

La casa dei miei nonni paterni trema tantissimo quando passano gli autobus. Il 23 novembre 1980, mia zia si mise a urlare e mia nonna le chiese “ma secondo te, dove stanno andando tutti questi pullman?” prima di rendersi conto. Prima di capire cosa succedeva. La mia casa, a Perugia, trema tantissimo quando passano gli autobus. Se per strada c’è un camion, il letto sobbalza, i vetri delle finestre ballano.

Il 24 agosto 2016 ero rimasta in piedi fino a tardi a guardare Grey’s Anatomy perché non riuscivo a dormire. Ero sola in casa. Io non ho mai guardato Grey’s Anatomy, ho cominciato a seguire delle puntate a caso perché lo facevano le mie coinquiline. Non ho messo la catena alla porta perché dopo quell’overdose di malati ho pensato “cosa faccio se mi sento male? Se mi devono soccorrere e sono sola in casa? Non metto la catena alla porta”.

Mi sono svegliata perché tremava tutto, non sapevo dove andare e per una volta (l’unica, finora, della mia vita) ho pensato che potessi morire. Nel palazzo non c’era nessuno, quando con la seconda scossa ho visto l’ombra del crocifisso in cucina ondeggiare – a destra, a sinistra. Fino a sembrare appeso al contrario. Quasi una cosa satanica. – sono uscita fuori, in pigiama. Nel palazzo non c’era nessuno, rimbombava la voce della conduttrice di Rai News 24. L’avevo accesa io, la tv. Volume 4.

Non è razionale, poi scopri che non può accadere nulla. Sulla chat della scuola si rincorrono i messaggi, non ho credito al telefono, non posso chiamare nessuno. Ho preparato una borsa, come se dovessi scappare, ficcandoci dentro le cose più impensabili, mentre aspettavo che Francesco mi venisse a prendere. Alle 4 del mattino.

Appena sono salita in macchina ho sentito padre Enzo Fortunato del Sacro Convento di Assisi che diceva che sì, loro stavano tutti bene. L’uomo che in due anni di scuola non abbiamo mai smesso di intervistare. Abbiamo fatto la strada ascoltando la radio, un po’ tenendoci per mano, dicendo “quanto è bella Assisi illuminata”. In radio hanno mandato l’inno nazionale suonato dalla Berliner Philharmoniker. Le 5 del mattino.

C’erano tante auto lungo la E45. “Anche dopo il ’97 siamo andati a prendere i nostri parenti che vivevano altrove per stare insieme. Fanno tutti così”. Ci siamo fermati a prendere un caffè ed erano tutti lì, in quel bar dell’autogrill, in tuta, in pigiama. Coi bambini, coi racconti. Intrecciati tra passato e presente. Tra la scossa che c’era appena stata; tra quelle incastonate nei ricordi. “Non c’era così tanta gente da Capodanno”, ha detto la ragazza alla cassa.

A Foligno, fuori da ogni bar, c’erano intere famiglie a mangiare i cornetti. La nonna di Francesco si è fatta accompagnare a casa di una parente, a vedere come stava.

Comunità.

Abbiamo passato ore a guardare la tv. Ogni tanto il nonno di Francesco compariva e chiedeva “quanti sono i morti?”. 10, 30, 50. Giocavamo a Munchkin. A Monopoli la sera, ma io ero stanca e mi si chiudevano le palpebre. Scappavi sotto al tavolo. Ci chiedevamo, a vicenda, perché i cani stessero abbaiando. Dormivamo nello studiolo al piano terra e io mi lanciavo in assurdi calcoli per capire dove sarebbe potuto cadere il lampadario.

Io ero sul lettino, Francesco per terra, con il sacco a pelo. Ci davamo la mano. Fissavo il castello Lego che avevamo portato di sotto, come un talismano. Avevo paura. Ma non mi ero mai sentita così tanto al sicuro.

Quando incontravi amici non parlavi d’altro. Siamo stati alle terme e raccontavamo in continuazione come era stato. C’era una signora strana che girava in tondo facendo video. Dovevano andare tutti a un matrimonio. Abbiamo fatto un cruciverba; è stata una bellissima giornata.

Non sono riuscita a dormire da sola per giorni. A casa non mi sarebbe successo nulla, ormai lo avevo capito. Ma avevo troppa paura. Di stare da sola.

Il 26 ottobre avevo appena finito di fare l’esame di stato e tornavo da Roma, in macchina, e pioveva tantissimo, ascoltavamo la radio e invece delle partite mandavano cronache del terremoto. Il 28 ottobre ero a casa, a Genzano, tremava, d’istinto ci siamo messi tutti e quattro sotto un muro portante. Io, mio padre, mia madre, mio fratello. Pensavo solo “speriamo non sia troppo forte, speriamo non faccia troppi danni”.

Il 25 ottobre, a cena, mia cugina mi aveva raccontato la storia dei pullman, di mia nonna e di mia zia. Non la conoscevo. Il 29 ottobre mio padre ha scaricato un prospetto sui terremoti nella storia per concludere che Perugia è più sicura dei Castelli Romani. E tranquillizzare mia madre. Mentre mezza Roma si lagnava sui social di quanto avesse avuto paura – Roma, chilometri e chilometri lontano dall’epicentro – sono riemersi post di amici marchigiani, conosciuti anni fa, al mare. Foto di stanza sventrata. Foto di tenda.

(Foto davanti alla tenda al campeggio a San Marco di Norcia, quando tornammo dall’hike prima degli altri, perché in un paesino ci avevano lanciato i cani dietro. Foto in uniforme, a mangiare panini sulle scale della basilica di San Benedetto da Norcia).

Non mi è successo niente. Ho imparato tantissimo. Sull’importanza di sentirti parte di una comunità, quando hai paura. Sul non avere paura di dire di avere paura. Sul saper stringere una mano, al momento giusto.

Noi diciamo che il terremoto viene. Gli umbri, che il terremoto passa. Ne sono passati tanti. Li lasciano – fragili – sempre più forti di prima.

Vorrei abbracciare tutti.

Passerà.